Cercola, Italia

Cercola municipio

Prendo spunto da uno degli ultimi commenti: lo ha lasciato Ivan poco fa, nel post di ieri (a proposito: complimenti a tutti per le riflessioni, pacate e ragionate). Ivan domanda, parlando del Paese: “Chiediamoci cosa debba fare lo Stato? Cosa invece le istituzioni locali? Cosa il privato, cosa il pubblico, cosa il non profit?”. Devo premettere che lo statalismo tout court non mi appartiene: credo che il funzionamento delle istituzioni sia proporzionale alla loro vicinanza rispetto ai cittadini e, tra l’altro, mi sono appena iscritto all’integruppo parlamentare per la sussidiarietà, che riunisce politici di tutti gli schieramenti (da Lupi a Bersani, tanto per capirci). Detto questo, però, vorrei condividere con voi quello che mi scrive via mail Bruno, che abita in un piccolo centro alle pendici del Vesuvio, attaccato alla periferia di Napoli. “Vorrei trasmettere le mie preoccupazioni, e non solo le mie, sulla situazione di molte famiglie che vivono in condizioni di povertà o comunque al di sotto della soglia di povertà. Il Cral ‘Comune di Cercola-enti locali’, con l’aiuto di altre organizzazioni, sta portando avanti un progetto che – detto in breve – è una vera e propria adozione delle famiglie per aiutarle a superare la fase di difficoltà e portarle all’autosufficienza. Il progetto rappresenta ‘una adozione a distanza ravvicinata’, perché si prenderanno in cura le famiglie della comunità locale (senza trascurare le altre, logicamente) e parte con la realizzazione di una lotteria dal titolo ‘Adotta una Famiglia’, per incominciare a realizzare un fondo cassa”. Ripeto, a questo punto, la domanda di Ivan: “Chiediamoci cosa debba fare lo Stato? Cosa invece le istituzioni locali? Cosa il privato, cosa il pubblico, cosa il non profit?”.

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2 risposte a “Cercola, Italia

  1. Sarei molto grato ad Andrea se ci aggiornasse sull’operato dell’intergruppo sulla sussidiarietà. A proposito, l’altro giorno sono diventato socio Coop (si può dire o è pubblicità?) e ho scoperto che avrei potuto affidare dei risparmi a questa impresa, ottenendo in cambio sia un interesse (un po’ più basso di altre formule finanziarie), sia l’impegno a che quei soldi non avrebbero alimentato circuiti moralmente repellenti: lavoro minorile, produzioni ecologicamente non sostenibili, OGM e altre schifezze. Insomma, ci perdo e ci guadagno, ma mi prendo una responsabilità, come consumatore e come risparmiatore. Possiamo “esportare” questo modello cooperativo alla dimensione pubblica? Formule tipo Fondazioni di comunità, Banche del tempo, 5 x 1000, microcredito, sottoscrizioni su Internet ecc. come mai non decollano proprio al Sud, dove ce ne sarebbe più bisogno? Perché ci sono meno soldi, magari. O magari perché abbiamo poca fiducia in noi stessi e nelle nostre comunità.

  2. Il riferimento dell’intervento di Ivan è ovviamente al settore alimentare in cui questi nuovi “prodotti” possono apportare migliorie di vario genere. Ad esempio ai dei processi dell’industria alimentare, oppure alle qualità nutrizionali e organolettiche. Interessanti applicazioni si ritrovano anche nella produzione agricola grazie alla possibilità di migliorare le caratteristiche delle terre destinate alle colture, o delle caratteristiche di resistenza delle piante, ecc.
    Risultati, questi, che nel contesto attuale in cui il problema alimentare trova una larga diffusione sulle pagine dei giornali (magari anche in relazione più o meno corretta con quello dei bio-combustibili), non sono trascurabili.
    Ancora applicazioni ci sono anche nel campo della medicina e dell’industria.
    Questo per dire che il dibattito è interessante, opportuno e va affrontato con serietà e giusto spirito di cooperazione dalle parti interessate (semplicisticamente industrie in senso lato e consumatori) nell’ottima di trovare il giusto trade-off tra i problemi che affliggono questa generazione (alimentazione ed energia) e la possibilità di non intaccare la salute e la genetica delle generazioni successive.

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