La festa de che?

festa della repubblica 2 giugno

“Il 2 giugno è una festa che fa saltare la scuola. Ci sono le sfilate dei militari o dei poliziotti e le frecce tricolori, perché si ricorda l’unità d’Italia. Lo Stato bizantino si unisce allo Stato pontificio e diventa un unico Paese: l’Italia. Siamo intorno al 1300, circa. L’imperatore è Enrico IV e il Papa Leone III”. Queste perle di saggezza me le ha appena regalate un ragazzo di 17 anni, che a scuola non va neppure troppo male. L’ho intervistato per vedere se fosse realistica l’indagine di Mannheimer sul Corriere, secondo cui un terzo degli italiani non saprebbe cosa sia la festa della Repubblica; degli under 24, in particolare, lo sanno meno della metà. Siccome una sola risposta non è statisticamente rilevante, ho proseguito la mia indagine su msn messenger, con gli amici di mio fratello: Manuel (“boh! Io so solo che non si va a scuola”), Amstaff (“Una festa nazionale. Della liberazione, forse”), Yen Yu (“Festa della Repubblica: quando l’Italia dalla monarchia passa alla Repubblica parlamentare”), Giulia di Ostia (“Quando l’Italia diventa Repubblica parlamentare”), Franc (“Lo chiedi alla persona sbagliata. Mio padre dice che è la festa delle Forze armate”), Jessi cucciola (“La festa dei lavoratori… boh, non sono sicura”), Isakkino (“La festa della Repubblica. E’ il giorno in cui c’è stato il referendum. Perché, non lo sapevi? Leggilo su wikipedia”), Lelica (“Non lo so”), Kris (“Non so bene”). Su 10 risposte (compresa quella di partenza), hanno risposto bene in 3: gli altri 7 (tutti nati fra il 1988 e il 1994) non sanno di che cosa si tratti. Tra loro, anche il fratello di un parlamentare.

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4 risposte a “La festa de che?

  1. Ricordo una scena. 2 giugno, piazza principale del mio paesello. Due vigili in alta uniforme con la corona d’alloro. Il sindaco con la fascia tricolore. Il vicesindaco. Due assessori. Io. E basta. Per i pigri osservatori, 3 o 4 tutti a distanza, un curioso capannello. Si avvicina un ragazzo, di quelli che nei paeselli vengono considerati in gamba e rampanti, e chiede: “Sindaco, che è successo?”. Un voltar desolato d’occhi verso il vice da parte del sindaco e un: “Ecco che succede a non insegnare più l’educazione civica nelle scuole”… Al di là dei libri intonsi di educazione civica c’è davvero qualcosa che non funziona se amiamo come vessillo nazionale più la maglia azzurra della nazionale di calcio che non il tricolore.

  2. Mi dispiace riscontrare che le tue “indagini” non hanno fatto altro che confermare le preoccupanti statistiche del Corriere.
    La cosa più facile, e lo dico a malincuore, è puntare il dito contro chi si occupa di formazione, primaria e secondaria. Nella maggior parte degli istituti il programma di storia è strutturato in modo tale da relegare gli avvenimenti più recenti nelle ultime settimane di corso. Purtroppo a causa di ritardi che si accumulano durante l’anno, di interruzione anticipate delle lezioni può capitare che questi argomenti non sempre vengono affrontati. Questo non permette di giustificare le gaffè degli studenti italiani, perché nulla vieta agli insegnanti di dedicare qualche minuto del loro tempo a pillole informative sul motivo che permette ai ragazzi di saltare la scuola…anzi sarebbe un interessante spunto di approfondimento storico, politico e sociale. Questa analisi è abbastanza scontata.
    La formazione, però, non viene fatta solo tra i banchi di scuola, ma anche attraverso i mezzi di comunicazione, in primis i giornali che a differenza della maggior parte dell’informazione televisiva qualcosa di buona riescono ancora a farlo. Il giornale del 2 giugno di Paolo Mieli, a parte descrivere la vita mondana di Berlusconi & Co. nei giardini del Quirinale, non ha dedicato nemmeno una riga di testo a descrivere la nascita della Repubblica. Questo aspetto unito al precedente mette in evidenza qualcosa un po’ più preoccupante e cioè che, purtroppo, questa festa ancora non viene sentita come una festa nazionale di pari importanza ad altre quali il primo maggio e la liberazione.
    Aggiungo, con un tono velatamente polemico, che delle statistiche del corriere dovranno rendere conto i 4 ministri e 6 (o 7) sottosegretari della Lega che mentre l’1 giugno si divertivano a Pontida a giocare con spade ed armature a fare i cavalieri medievali il 2 giugno hanno disertato la giornata celebrativa.

  3. La colpa è dei genitori che non fanno niente perché i loro figli scoprano i veri valori della vita. Invece essi pensano solo al successo facile con qualsiasi mezzo e rinnegano Dio e la Fede!

  4. A scuola parlare del 2 giugno è difficile come star dietro a tutte le altre ricorrenze civili che varrebbe la pena di far conoscere ai giovani. E poi, dato che è giorno di festa (tra l’altro in coda all’anno scolastico) la cosa si complica ancor di più.
    Parlo da docente di storia e filosofia.
    Fatica immane parlare del 2 giugno, della nonviolenza, del cammino della pace…in una scuola in cui i programmi di storia raggruppano gli argomenti per guerre, per campi di sterminio, ecc., facendo diventare pane quotidiano le atrocità e veicolando nei ragazzi l’idea che la guerra e i criminali siano i veri protagonisti, quelli che vincono sempre. Il cammino della pace e gli sforzi immani di quanti hanno lavorato al bene comune, nelle narrazioni di storia più in voga, sono in secondo piano. Anche perché non consentono semplificazioni e generalizzazioni, ma richiedono pensiero critico e flessibile.
    Come mi ha detto un alunno, dopo che avevo parlato dei martiri per la pace e il bene comune del nostro Paese: “però, prof, sono tutti morti ammazzati”. Esempi da non seguire, se non fosse che anche i camorristi, i mafiosi, i criminali di ogni genere, non hanno fatto una bella vita.
    Torniamo però alla storia della pace. Se avessi la stoffa della storica, proverei a scrivere la storia dell’Europa (almeno quella) leggendola come un difficile cammino verso la pace, intralciato dalle crudeltà, dagli imbrogli, dalla corruzione, dai fanatismi, dall’ignoranza… Insomma, invertirei i fattori. Potrei allora scrivere in un manuale un capitolo intero intitolato al 2 giugno, un altro alla decolonizzazione, un altro ancora al contributo dei cattolici al nostro Paese e potrei abolire la periodizzazione secondo le guerre (non le negherei naturalmente, ma andrei a cercare anche altro, come gli sforzi quotidiani della vita di ciascuno), insomma recupererei tutta la roba considerta di scarto per molti manuali che vanno per la maggiore. Potrebbe essere un interesssante segno di speranza.

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