Primo giorno di scuola

primo giorno di Andrea Sarubbi in Parlamento

Difficile riassumere in poche righe le emozioni di oggi. Difficile anche trovare le parole. L’emozione di sedermi nell’emiciclo, di vedere il mio nome scritto nell’appello dei votanti (in gergo, la “chiama”), di entrare in cabina (il catafalco) e deporre nell’urna la scheda. Bianca, come la nostra bandiera di fronte all’impossibilità di trovare un candidato condiviso. Credo – e l’ho detto anche ad un’agenzia di stampa – che la giornata di oggi, apparentemente inutile, sia stata in realtà molto simbolica: di fronte ad un regolamento che per tre volte invita maggioranza ed opposizione a cercare un punto di incontro, questo Parlamento ha risposto che per ora non ne esistono. Non è un grande inizio, soprattutto per chi – come me – vive l’avventura politica nel sogno del bene comune. Ma il fastidio più grande, lo confesso, l’ho provato vedendo il manipolo dei deputati leghisti: cravatte verdi, pochette con il simbolo della Padania, rifiuto di applaudire il presidente della Repubblica, battute da Bagaglino durante la “chiama”, giocando sui cognomi dei propri colleghi. Dice che fanno folklore. A me fanno solo tristezza.

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