Andrea Sarubbi

Progetti smarriti

Luglio 15, 2008 · 1 Commento

Effathà non è solo la parola che Gesù dice al sordomuto, prima di guarirlo. E’ anche il nome della scuola di italiano per stranieri che da una decina d’anni porta avanti la parrocchia di San Carlo da Sezze, a Roma. Alle due lezioni settimanali partecipano 200 iscritti - provengono in maggioranza da Sri Lanka e Bangladesh, ma non mancano rumeni, sudamericani e maghrebini - divisi in quattro classi a seconda del livello di conoscenza della lingua. I banchi sono vecchi, i computer mancano: a settembre, però, arriveranno i 50 mila euro del vecchio Fondo per l’inclusione sociale e si potrà provvedere ad un riammodernamento delle strutture. Niente da fare, invece, per il nascente sportello legale: la parrocchia sperava di vincere un altro bando, in modo da poter coinvolgere a tempo pieno qualche professionista, ma il taglio di questo Fondo, inserito dal governo fra le coperture dell’abolizione dell’Ici, ha ucciso sul nascere tutti i progetti. Eppure, ancora oggi abbiamo sentito Berlusconi parlare di integrazione, poche ore prima che la sua maggioranza chiedesse al Parlamento la fiducia sul decreto sicurezza. Mi è piaciuto molto l’intervento di Gianclaudio Bressa, nostro vicecapogruppo alla Camera: ve ne riporto qui sotto alcuni passaggi.

GIANCLAUDIO BRESSA.  (…) Le misure per garantire la sicurezza ai cittadini vanno giudicate non solo per la loro efficacia, ma anche per il significato politico-culturale che portano con sé. (…) Non basta dire che il pacchetto sicurezza non risolverà i problemi - ed è vero - perché le carceri si riempiranno e le espulsioni per via giudiziaria saranno più lente e difficili da attuare, ma occorre andare al cuore del problema e dire che la cultura politica e istituzionale di questo Governo di destra è, oltre che inefficace, sbagliata e pericolosa. Stiamo assistendo ad un crescendo, settimana dopo settimana, di quello che Jonathan Simon chiama il Governo della paura. Non c’è solo questo decreto-legge, vi sono tre decreti legislativi del Governo Berlusconi di attuazione di direttive comunitarie che contengono un vero e proprio giro di vite in chiave xenofoba e che riguardano il ricongiungimento familiare, l’asilo e il diritto di libera circolazione. Vi sono le tre ordinanze del Presidente del Consiglio dei ministri che - state bene ad ascoltare - utilizzando la legge istitutiva del servizio nazionale della protezione civile - fate attenzione, si è usato uno strumento inusuale, per non dire orrendamente inappropriato - dichiarano in tre città l’emergenza rom e autorizzano la schedatura, attraverso le impronte digitali, anche dei bambini. (…) Sarà vero che la storia non si ripete, ma alle leggi razziali si arrivò nel 1938 dopo un censimento dei cognomi ebraici. State attenti a non ripetere la stessa tragica strada. Quando si cerca di trasformare la persona in gruppo, in una massa, e si cerca di annullare l’individualità, il miracolo irripetibile che ogni individuo rappresenta, si calpesta la dignità umana, il principio costituzionale che ci vuole tutti uguali davanti alla legge. Di fronte a questo occorre ritrovare il coraggio dell’indignazione, il coraggio di dire che è vergognoso quello che in Italia si sta facendo. Quando i problemi si affollano e la politica annaspa (basti pensare al costo della vita reale, in cui il pieno di benzina costa 80 euro, mentre l’inflazione programmata del Governo è all’1,7 per cento, o che nei prossimi tre anni ci saranno tagli per 5 miliardi di euro alla sanità e per 8 alla scuola e si sta smontando lo Stato sociale, e a fronte di ciò non vi è un euro in più per stipendi, salari e pensioni) ecco scattare magicamente l’allarme sicurezza. (…) Siete grotteschi in questa vostra pretesa di fare la faccia feroce. Ci sarebbe bisogno di più patti per la sicurezza tra Governo e comuni, di più forze di polizia sulla strada e di maggiore coordinamento tra loro, ma in attesa di queste soluzioni sarebbe bastato non tagliare per oltre un miliardo di lire nei prossimi tre anni le risorse per la sicurezza del Ministero dell’interno, non bloccare le assunzioni di personale per le forze di polizia, riconoscere maggiori risorse per il loro lavoro straordinario. (…) Il secondo esempio riguarda l’aggravante di clandestinità per i reati. Cosa significa l’aggravante di clandestinità? Vuol dire che per la prima volta nel nostro ordinamento una pena viene aumentata non per quello che fai ma per quello che sei, non per il reato che commetti ma perché sei uno straniero. Ecco affacciarsi in tutta la sua inciviltà una pericolosissima ossessione: la paura dell’altro, la paura dello straniero. Jean-Paul Sartre ha inchiodato alle sue paure la cultura occidentale quando diceva che l’inferno è l’altro. Voi trasformate questo tabù della cultura occidentale in legge dello Stato per decreto. Sicuramente si tratta di una via più rapida rispetto alla fatica e alla responsabilità di politiche di integrazione, a cominciare dalla scuola, di accoglienza, di cittadinanza, di asilo, di risanamento delle periferie o di revisione della madre di tutti i problemi, quell’infernale macchina produzione di irregolari che è la legge Bossi-Fini. Vi rendete conto che nel 2007 a fronte di 730 mila domande di regolarizzazione sono stati dati 170 mila permessi di soggiorno? Stiamo parlando di 730 mila persone che lavorano, nelle case, nelle famiglie e nelle aziende. Stiamo parlando di badanti, operai, operatori di assistenza e muratori. Secondo voi stanno girando per il Paese 560 mila clandestini, perché non hanno vinto la lotteria della regolarizzazione? Ma dove pensate di essere? Che idea vi siete fatti del Paese? Tutte queste sono persone che ci aiutano a mandare avanti la famiglia, l’azienda e il Paese, e che, tanto più restano irregolari, tanto più saranno sfruttati da regolarissimi cittadini italiani (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Questa vostra è un’ignobile scorciatoia, una via segnata, più che dall’efficacia delle misure, dalla faccia feroce che volete mostrare al mondo. Ecco, l’unico vero deterrente di questo vostro decreto è la faccia feroce. Peccato che, nonostante questo, gli sbarchi in questi mesi siano quintuplicati, perché, cari colleghi della maggioranza, la vostra faccia feroce non può nulla rispetto alla forza più elementare, diffusa e capillare: la forza della disperazione, della miseria e dell’istinto di sopravvivenza di chi scappa dalla fame, dalla morte e dall’oppressione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). È ridicolo quello che state facendo, è tragicamente ridicolo. Credo che sia arrivato il tempo per noi di riprenderci la responsabilità della nostra cultura, per cui nessun essere umano è illegale, e ha invece il diritto di avere diritti. Essere sensibili al rischio presente, come noi siamo, ma indifferenti al destino futuro non appartiene alla nostra storia. Ecco perché anche quando si parla di sicurezza non è vero che siamo tutti uguali e la pensiamo tutti allo stesso modo. La sicurezza dei cittadini è un bene che tutti vogliamo preservare, ma è come lo facciamo che ci fa diversi, ed è per questo che noi voteremo «no» a questo vostro provvedimento.

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Finché c’è la salute

Luglio 14, 2008 · 2 Commenti

Fra le varie proposte di legge che ho firmato, dall’inizio della legislatura, ce n’è una di Livia Turco sul riordino della sanità in Italia: il provvedimento si propone, in sostanza, di dare molto più spazio alla meritocrazia e molto meno spazio alla politica nella gestione del settore, a partire dalla scelta dei manager e dei primari. Livia Turco, lo ricordo, è il ministro della Salute uscente, ed il fatto che sia stata costretta a ripiegare su una banalissima pdl, dopo aver avuto a disposizione ben più efficaci strumenti governativi, è la prova di quanto oggi sia difficile riformare il sistema sanitario nazionale. Leggendo poco fa la notizia dell’arresto di Ottaviano Del Turco e del coinvolgimento di vari assessori - presenti e passati, di una parte politica e dell’altra - mi è tornata in mente una riflessione maturata in campagna elettorale, quando le varie forze politiche corteggiavano l’assessore alla Sanità della Regione Campania: anche girando per un anno di fila, casa per casa, non sarei mai riuscito a spostare il suo stesso numero di voti. Il mio ragionamento - non prendetelo come un’accusa specifica, perché è solo teorico, ma neppure come una favoletta, perché non mi pare troppo lontano dalla verità - è piuttosto semplice: se controlli le convenzioni con gli studi privati, hai in mano anche i rimborsi da erogare; basta minacciarne un ritardo o prometterne un’accelerazione, a seconda del numero di voti portati dai titolari di quegli studi, per spostare consensi dalla propria parte politica. Per non parlare, poi, del sistema stesso delle convenzioni private: leggevo, nei mesi scorsi, che in Campania solo il 20 per cento delle dialisi si pratica in una struttura pubblica. E non è un problema tipicamente campano, come hanno dimostrato recenti inchieste giornalistiche (su tutte, una puntata memorabile di Report) e come, evidentemente, conferma anche la notizia di oggi. Non conosco personalmente Del Turco, né sono al corrente delle indagini: mi attengo dunque al silenzio ed al rispetto della presunzione di innocenza fino all’eventuale condanna definitiva. Una cosa, però, mi stupisce di tutta questa storia: da alcune ore continuano a levarsi voci (di destra e di sinistra) in difesa del governatore abruzzese, ex socialista e sindacalista, e non si è sottratto neppure Berlusconi, che ha immediatamente auspicato una “riforma della giustizia”. Non un cane, alle 16.20 di lunedì 14 luglio, che abbia parlato di “riforma della sanità”.

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La vita che cambia

Luglio 13, 2008 · 2 Commenti

A Villa Basilica, paesino delizioso in provincia di Lucca, ho ricevuto ieri sera un riconoscimento postumo: gli organizzatori mi avevano contattato a novembre, quando ancora lavoravo per la Rai, confessandomi l’intenzione di premiare A sua immagine nel corso di un festival del teatro, del cinema e della tv. Invano ho cercato di convincerli, negli ultimi mesi, che sarebbe stato meglio farlo ritirare a qualcun altro della redazione: volevano me, e così sono andato. L’occasione – peraltro gradevolissima – mi è servita per rendermi conto, una volta per tutte, di quanto sia cambiata la mia vita in poco tempo: bastano 4 mesi di assenza dal video per perdere la popolarità, bastano 4 mesi di Parlamento per essere trattato come un uomo di potere. Onorevole di qua, onorevole di là… la gente che non ti abbraccia più, trattandoti come uno di famiglia, ma ti dà la mano, dandoti rispettosamente del lei… insomma, una sensazione strana. E lo straniamento è proseguito anche oggi, vedendo le immagini del Papa a Sydney: è la prima Giornata mondiale della gioventù a cui non partecipo, negli ultimi 11 anni. A Parigi, nel ’97, ero andato in doppia veste: come partecipante e come collaboratore della Radio Vaticana, inviato in mezzo ai giovani. A Roma 2000 ero già sul palco: presentai il primo incontro di Giovanni Paolo II con gli italiani, a San Giovanni in Laterano, e presi parte anche alla maratona di Tor Vergata. Per non parlare degli innumerevoli reportage realizzati durante l’evento, sia per la Rai che per la Radio Vaticana. A Toronto andai due volte: prima, a marzo 2002, in una sorta di pellegrinaggio esplorativo, per una puntata speciale di A sua immagine; poi, a luglio, per la GMG vera e propria, sempre inviato dalla Rai. Infine, Colonia 2005: ancora dirette e reportage, ma era come se fosse la prima volta perché c’era un Papa nuovo, con un linguaggio ed uno stile diverso da quello del suo predecessore. Ero già pronto per Sydney: in redazione se ne parlava da un anno. Avrebbe voluto aggregarsi anche mia moglie, perché non capita tutti i giorni di andare in Australia. Poi, però, la vita ha deciso diversamente… ed ora guarderò gli speciali di A sua immagine in tv, facendo il tifo per chi è rimasto e per chi è venuto dopo di me.

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Coraggio versus paura

Luglio 12, 2008 · 4 Commenti

Rutelli non se ne va dal Pd, ribadisce la fiducia a Veltroni ma attende novità su tre fronti: l’identità culturale del Pd (capire chi siamo), l’agenda del Paese (lotta ai cambiamenti climatici, credibilità in materia di sicurezza, favorire la libertà d’impresa, riconquistare la fiducia nei ceti medi) e la riorganizzazione del partito (che deve rispecchiare di più l’aggettivo democratico). L’Udc, da parte sua, è disponibile ad un’alleanza, ma dipende: dipende dai contenuti (Pezzotta) e dipende pure dal sistema elettorale che si sceglierà (Tabacci). Ecco, il mio lavoro di giornalista è finito. Ora inizia quello di politico, e vi racconto un attimo di questa due giorni a Montecatini (”Coraggio versus paura”), iniziata ieri mattina e finita oggi all’ora di pranzo. I giornali l’hanno raccontata come la riunione della corrente rutelliana, termine che non offende i più navigati, ma spiazza noi giovanotti di buone intenzioni; io l’ho percepita soprattutto come un’occasione di approfondimento: stando in Parlamento, a volte ho la sensazione di guardare le cose da troppo vicino e di perdere, quindi, il senso d’insieme e della prospettiva. Per questo ho apprezzato molto, ieri, la relazione di Nando Pagnoncelli (amministratore delegato dell’Ipsos) sul ruolo giocato dalla paura nelle ultime elezioni. Gli italiani - la riassumo in poche righe - sono preoccupati innanzitutto dalla disoccupazione, dall’insicurezza e dal costo della vita. Ma in tutte queste voci la preoccupazione è molto più diffusa in astratto (”Come si vive in Italia?” “Male, malissimo”) che non in concreto (”Come vivi tu?” “Benino, ringraziando Iddio”). Altre contraddizioni diffuse: siamo favorevoli alla meritocrazia, ma difendiamo il nostro vantaggio personale; siamo contenti della badante, ma contrari all’immigrazione. Dal punto di vista politico, Pagnoncelli ci ha mostrato un grafico che confronta il gradimento dei governi più recenti: per il primo anno si sale, poi la luna di miele finisce e si crolla, fino a sprofondare intorno al secondo anno (Prodi è caduto nel momento peggiore, insomma) e poi risalire lentamente… senza però tornare al punto di partenza, cioè la metà più uno degli elettori: questo spiega come, negli ultimi 15 anni, nessuno sia riuscito a riconfermarsi. Oltre alle assemblee plenarie, a Montecatini c’erano i lavori di gruppo: io ho scelto quello su “Laicità, libertà e pluralismo”, in cui abbiamo avviato un confronto sulle modalità di convivenza tra credenti e non credenti, sull’eredità del Concilio Vaticano II e sul rapporto con la Chiesa. Un tema, quest’ultimo, di cui ha parlato ieri sera anche Massimo Cacciari, che ci ha invitato a co-gitare, cioè ad agitarci insieme, a muoverci e contaminarci. Ed ha chiesto alla politica di riconoscere, alla Chiesa, una “riserva escatologica”: politicamente l’ho tradotto in “diritto di tribuna sulle questioni ultime”, ma per tradurre degnamente Cacciari ci vorrebbe qualcuno più bravo di me.

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Quel filo sottile

Luglio 11, 2008 · 4 Commenti

Tra la vita e la morte c’è un filo sottile. Talvolta, come nel caso di Eliana, è un piccolo tubo che ti nutre e ti dà da bere. Tu, nel frattempo, respiri da sola. Apri e chiudi gli occhi, ti svegli e ti riaddormenti. Ma non dai altri segnali di vita: per i tuoi genitori, le persone che ti conoscono meglio e che ti amano di più, sei già morta da un pezzo. Tuo padre chiede di farti morire, un giudice gli dà ragione. Qualcuno ci vede un omicidio, qualcun altro la vittoria di un diritto… e il Parlamento, in questi casi, non sa cosa dire, perché una legge sul testamento biologico ancora non esiste. E invece servirebbe, se non altro per fissare dei criteri: uno su tutti, se mai si potrà saperlo, la linea di confine tra l’alimentazione/idratazione e l’accanimento terapeutico. Dare da mangiare ad una persona viva, in grado di respirare autonomamente, è accanimento terapeutico? No, detta così direi di no. Nel caso specifico di Eluana, però, il discorso è un po’ più sottile (come quel filo di cui parlavo prima) e infatti non è raro trovare sensibilità diverse, anche all’interno del mondo cristiano. Oggi, per esempio, ne ho parlato con due sacerdoti: il primo piangeva perché “si stava uccidendo una persona”, il secondo provava uguale sofferenza ma era sostanzialmente d’accordo con il giudice. Uno ERA al di qua di quel filo sottile, l’altro al di là. Ma i nostri amici radicali non sono tipi da sottigliezze e così, al termine della seduta di ieri sera, Maria Antonietta Farina Coscioni ha preso la parola per commentare il caso di Eluana, scagliandosi duramente contro la Chiesa: in Italia, ha detto, “se non c’è l’imprimatur e l’approvazione delle gerarchie ecclesiastiche non si riesce a legiferare”, per poi aggiungere che “troppi sono gli anatemi scagliati contro la persona proprio da coloro che si ergono a difesa della vita, fanatici di vario colore e ideologie”. Ero già con la borsa in spalla, ma mi sono fermato. Ed ho deciso di rispondere, a nome mio e di tutti quelli che - come me - perdono regolarmente il sonno per paura di tradire il Vangelo, ma non per questo rinunciano alla propria autonomia:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, intervengo per svolgere una piccola valutazione personale sul caso Englaro, e per dire alla delegazione dei radicali che non c’è nessun fanatismo da parte di chi la vede in maniera diversa, o può potenzialmente vederla in maniera diversa dalla loro, né c’è nessuna pressione indebita da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Ci sono soltanto coscienze che con fatica si confrontano, si guardano dentro e magari  - so che non è questo il momento per esprimere la mia personale opinione in materia - possono arrivare a valutazioni differenti. Anch’io sono del parere che il Parlamento si debba esprimere su un tema così delicato come quello del testamento biologico. Chiedo, però, un po’ più di rispetto per chi ha sensibilità diverse dalla propria, e lo faccio con l’amicizia e la passione di chi milita attualmente dalla stessa parte.

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