Andrea Sarubbi

Voci categorizzate come ‘giovani’

La rivincita dei peones

Dicembre 23, 2009 · 11 Commenti

Eccolo qui, il mio intervento di ieri. Più lo leggo, più mi rendo conto che forse avrei potuto sfoggiare un po’ più di ars retorica, buttando giù qualche frase ad effetto, e soprattutto avrei potuto evitare qualche anacoluto, perché sintatticamente è un discorso pieno di frasi smozzicate e di sottintesi. Ma quando parli con il cuore capitano anche queste cose. E con il cuore chiedo a voi di leggerlo.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, innanzitutto, vorrei rivolgere un ringraziamento all’onorevole Sbai, che in questo intervento mi è sembrata la Souad Sbai che conoscevo fino a qualche mese fa, e che mi sembrava di aver perso per strada. Ringrazio anche tutte le persone che sono intervenute prima di me: sono presente in Aula da questa mattina e vi rimarrò fino all’ultima parola dell’ultimo intervento.
Avrei potuto – forse, avrei dovuto – scrivere un discorso, perché interventi di questo tipo restano agli atti (quindi, si rischia anche di fare qualche bella figura), ma in realtà, ho pensato che sarebbe stato meglio svolgere un intervento «a braccio». Mi scuso, pertanto, soprattutto con i nostri funzionari, per l’assenza di grammatica e di sintassi nel mio linguaggio, ma vorrei rispondere ad alcune questioni che sono emerse.
In primo luogo, vorrei dire in quest’Aula che, quando i miei amici della comunità di Sant’Egidio si rivolsero a me – ormai parliamo di quasi due anni fa – e mi chiesero di fare qualcosa perché venisse sbloccata l’impasse sulla cittadinanza, ricordai loro che il Partito Democratico aveva perso le elezioni e che, quindi, sarebbe stato difficile presentare una proposta di legge che ottenesse il consenso della maggioranza.
Pertanto, posi una condizione e dissi loro: se volete, possiamo lavorare insieme ad un testo che, però, non sia il testo di Andrea Sarubbi né della comunità di Sant’Egidio, ma un testo condiviso che possa piacere anche alla maggioranza, o a parte di essa.
Prendemmo in considerazione allora tutte le proposte di legge che erano a disposizione, anche quelle delle legislature precedenti, a partire dalla proposta a firma dell’onorevole Bressa, ma anche tante altre, e vedemmo che vi erano delle richieste che si ripetevano. In sostanza, il centrosinistra chiedeva sempre di rivolgere l’attenzione ai minori che nascevano o che venivano nel nostro Paese da piccoli e, per quanto riguarda gli adulti, chiedeva sempre lo snellimento e la riduzione dei tempi richiesti per la concessione della cittadinanza.
Guardando, invece, alle proposte del centrodestra, era sempre presente la richiesta di alcuni requisiti ben precisi, quali la fedina penale o il test di integrazione, che mirassero ad una cittadinanza qualitativa, e vi era anche un giuramento sulla Costituzione, sul quale ricordo benissimo di avere ascoltato il Ministro La Russa che poi, purtroppo, evidentemente non ha capito lo spirito della proposta bipartisan che tanti oggi in quest’Aula hanno citato.
Infatti, quando si cominciò a parlare della proposta di legge n. 2670, che nei telegiornali è diventata la Sarubbi-Granata, il Ministro disse che l’iniziativa era di due peones in cerca di visibilità. A me questa dichiarazione fece molto male allora e mi ha fatto male anche risentirla questa mattina in Aula. È questa la prima critica che vi faccio nel metodo. Perché si dice che sono necessarie le riforme, che è necessario un dialogo e ci si richiama agli appelli del Presidente Napolitano, e poi la prima volta che due persone, anche rischiando di far arrabbiare i propri schieramenti di appartenenza, cercano un dialogo e lo cercano a metà strada, questo diventa un inciucio, diventa una manovra di visibilità personale? Sinceramente, questa è un’accusa che, con tutto il cuore, mi sento di rispedire al mittente.

L’altro aspetto che mi sembra un po’ strano di questo testo unificato è il modo in cui è arrivato all’esame dell’Aula. Si tratta di un testo che l’opposizione ha chiesto di calendarizzare, quindi, come si dice da queste parti, è in quota opposizione. In tale proposta, però, di quello che ricordavo poco fa, cioè delle classiche richieste del centrosinistra e del centrodestra, una parte viene presa e buttata via e si tiene solo l’altra; è cioè una proposta in quota dell’opposizione che la maggioranza ha preso, riveduto e corretto, facendola diventare una proposta soltanto propria. Lo capisco, è legittimo dal punto di vista politico, ma non mi sembra il miglior viatico per un dialogo: se si parla di riforme, che siano riforme condivise. Visto che non stiamo parlando dell’etichettatura dei tappi dei barattoli – che pure è una cosa degnissima, ma che non cambierà l’Italia per i prossimi 17 o 18 anni – quello che in tutti questi mesi non sono riuscito a capire è come mai l’abbia avuta vinta la tentazione di ridurre tutto a tattica politica. Se i dissidi interni alla maggioranza si fossero manifestati sui tappi di barattolo avrei capito che potesse esserci una ritrosia, ma se i dissidi interni alla maggioranza si manifestano su una legge così importante, non capisco come mai non si entri nel merito piuttosto che dire «non facciamo un piacere a questo o a quest’altro».
Mi sembra, quindi, che per ora sia stata accolta soltanto quella parte delle richieste di riforma che storicamente proviene dal centrodestra. Per questi motivi, chiedo alla relatrice, in particolare, di fare un passo avanti e di ricordarsi che esiste un’altra metà del Parlamento, che poi suppongo sia più di una metà e gli interventi di oggi lo hanno dimostrato; alla fine faremo i conti, così come abbiamo fatto in Commissione cultura, dove 7 deputati del Popolo della Libertà su 12 hanno detto che i minori meritavano un’attenzione particolare, senza considerare tutti i deputati del Partito Democratico, dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori. Se volete su questo potremo sfidarci e vedremo chi vincerà, ma non credo che le riforme si possano fare a colpi di maggioranza: sarebbe utile se, invece, prima trovassimo insieme un accordo.
Questa mattina ho sentito delle enormi inesattezze. Oltre a quella dei peones in cerca di visibilità, ne ho sentita un’altra dal collega Bianconi, che è arrivato ad accusarci di cittadinanza imposta e di cittadinanza coatta. Mi chiedo se anche dare lo sciroppo per la tosse ai bambini sia un atto di violenza. Di cosa stiamo parlando, di una cittadinanza che viene imposta a delle persone che non aspetterebbero altro e che non possono chiederla perché non hanno compiuto 18 anni? Ma siete andati fuori, mentre stavamo qui in Aula, siete andati a sentire i ragazzi delle seconde generazioni, a chiedere loro se sono italiani o no, come hanno trascorso la loro infanzia e l’adolescenza e come si sono trovati a 18 anni quando il pulmino che li portava a scuola poi poteva condurli improvvisamente in galera? Vi sembra una cosa normale?
Credo che su questo sia necessario trovare una soluzione, altrimenti faremmo tutti gli ingegneri costituzionali, e voi di ingegneri costituzionali siete ricchi: siete persone che ragionano in punta di comma… e beati voi che ne sapete così tanto di diritto! Ma poi, lo avete mai incontrato un ragazzo delle seconde generazioni, un ragazzo che magari si chiama Xianping che, però, qui in Italia si fa chiamare Valentino e che non si sente null’altro che italiano? Ci avete mai parlato? Perché quando dico certe sigle – G2, ANOLF – i miei colleghi, ingegneri costituzionali, mi guardano con gli occhi sgranati, come se stessi parlando di cose folli. Invece, vorrei dirvi che esistono sia queste sigle, sia queste persone.
Una cosa sola vi chiedo, senza confondere integrazione, sicurezza e tutto il resto: attenzione a non fare lo sbaglio che fece la Germania negli anni Sessanta. Quando sento dire dal capogruppo della Lega – il vostro candidato in Piemonte, Roberto Cota – che gli immigrati vengono qui per andarsene via, mi viene in mente la Germania degli anni Sessanta, quando si chiamavano gli immigrati di corsa, perché servivano braccia e non persone, e si diceva loro: «Vieni, vieni, stai qui. Riempiti i calzini di marchi e vattene via il prima possibile!». Non vi era alcun ricongiungimento familiare né interessava che si apprendesse la lingua. Si diceva: «Fai il gelataio? Impara a dire in tedesco fragola e pistacchio e a noi va bene così!». Ma che faceva poi questo signore del Bangladesh o della Turchia? Nel tempo libero si vedeva con i signori del Bangladesh e della Turchia. E quale convivenza aveva con la società che lo circondava? Nessuna. Cosa faceva? Si chiudeva in un ghetto. E cosa porta il ghetto? La devianza. Dunque, se non vi è integrazione non vi è neanche sicurezza. E se non vi è il senso di appartenenza a una comunità non vi è neanche integrazione.
Vi chiedo di volare un po’ più alto. Oggi ho sentito l’onorevole Santelli parlare in termini di gens romana. In questo caso non si deve parlare in termini di gens, ma in termini di communitas, che è qualcosa di diverso dal legame di sangue. Sono certo che l’onorevole Bertolini, anche per le sue radici profondamente cristiane, capirà quello che sto dicendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

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Il ribaltone

Dicembre 18, 2009 · 13 Commenti

Li abbiamo mandati sotto sulla cittadinanza ai minori. Li-abbiamo-mandati-sotto-sulla-cittadinanza-ai-minori: me lo ripeto, perché ancora non ci credo. Roba di poco conto ai fini parlamentari – un semplice parere consultivo da parte di una Commissione – e prevedo già il commento di alcuni di voi: ce l’abbiamo fatta perché contava poco, ma se fosse stato un voto importante non avremmo toccato palla. Invece no, perché quello che ho visto ieri in Commissione Cultura (sì, sempre quella: ogni volta che ci metto piede, succede qualcosa) è un antipasto di ciò che potrebbe accadere in Aula, quando la cittadinanza arriverà per l’esame finale. Premessa: ogni legge è affidata ad una Commissione (in alcuni casi anche a due, in seduta congiunta), ma prima di arrivare in Aula ha bisogno dei pareri di tutte le Commissioni interessate dal provvedimento. Il testo sulla cittadinanza interessa anche la Cultura, in almeno due aspetti: il corso di integrazione, con il famoso test finale, e la possibilità o meno che diventino cittadini italiani i minori che abbiano frequentato le nostre scuole. Volete sapere chi è il capogruppo del Pdl in Commissione Cultura? Fabio Granata, che si è trovato ieri nella difficile condizione di tenere insieme le proprie convinzioni personali con il ruolo istituzionale ricoperto. Fabio ha svolto questo compito con intelligenza, dando parere favorevole al testo unico della Bertolini (cosa su cui sarebbe personalmente contrario) ma subordinando questo parere favorevole a due condizioni: il fatto che si ponga un limite temporale alle procedure amministrative (problema posto dalla stessa relatrice) e lo ius soli temperato. In pratica, Fabio ha copia-incollato un pezzo della nostra proposta di legge, definendo necessario “che i minori nati in Italia o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani legalmente residenti in Italia da almeno cinque anni, siano riconosciuti cittadini italiani”. Apriti cielo: la Lega è insorta e nel Pdl si sono aperte contestazioni, tanto che ad un certo punto è arrivato Bianconi a minacciare Fabio, e dopo di lui si è precipitata in Cultura la stessa Bertolini, alquanto infuriata. In segno di dialogo, noi abbiamo chiesto la votazione per parti separate: eravamo contrari al testo Bertolini, ma le condizioni poste da Fabio (ed in particolare la seconda, quella sui minori) ci trovavano d’accordo. Alla fine, il Pdl si è spaccato in due: la stessa presidente della Commissione Cultura, Valentina Aprea, ha ammesso che i minori “sono una specie diversa” e dunque vanno considerati con un metro differente. Abbiamo votato e la linea del buonsenso ha prevalso: il parere della Cultura è dunque favorevole al testo, ma solo a condizione che si apra allo ius soli temperato di cui parlava proprio la nostra proposta di legge bipartisan. Anziché prendere atto della spaccatura interna e cominciare a pensare ad una soluzione condivisa, nel Pdl si è aperta la caccia all’uomo, per individuare chi avesse votato con noi e con Fabio Granata: in tutto, ben 7 su 13 (addirittura 7 su 10 se consideriamo i 3 astenuti). Verranno probabilmente richiamati all’ordine ed intimoriti per benino, ma credo che non basterà: la sensazione a pelle – solo a pelle, per ora - è che sui minori il ribaltone sia possibile. Spero che lo capiscano anche i leader del Pdl: se non si impegneranno a farci pervenire qualche proposta decente, ci rivedremo in Aula. Dove tutto può succedere.

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In alto mare

Dicembre 17, 2009 · 5 Commenti

Abbiamo accettato di ritirare gli emendamenti al testo base sulla cittadinanza che avevamo presentato in Commissione Affari Costituzionali: li ripresenteremo in Aula a gennaio. Lo abbiamo deciso per evitare che il dibattito venisse strozzato oggi in 10 minuti e che la maggioranza votasse contro a priori, scegliendo in base alla tattica politica anziché in base al merito della questione. In cambio, abbiamo ottenuto dalla maggioranza stessa – e dal presidente della Commissione, Donato Bruno – la garanzia che a gennaio dedicheremo una giornata intera di lavori alla ricerca di spazi di mediazione, perché nonostante tutto neppure i miei colleghi del Pdl sono totalmente convinti del testo base presentato dalla relatrice, Isabella Bertolini. Due sono le grandi questioni che abbiamo posto, e sulle quali ci attendiamo dalla maggioranza risposte serie: la prima è appunto quella della cittadinanza ai minori, che non si può liquidare con la scusa della scelta responsabile; la seconda è quella della certezza dei tempi, perché – come dicevo pure l’altro giorno – annunciare che le pratiche amministrative possono durare al massimo due anni è cosa lodevole, ma devi anche spiegarci come intendi riuscire a far rispettare questo termine, o almeno lavoriamoci insieme, perché al momento ci sfugge. Previsioni mie? Che alla fine la legge uscita da Montecitorio sarà diversa dal testo Bertolini, anche se probabilmente – per non spaccarsi prima delle Regionali, per non fare un piacere a Fini in un momento così delicato e per non regalare voti alla Lega – la maggioranza deciderà di tirarla un po’ per le lunghe. Detto questo, per raccontarvi un po’ come è andata la discussione di questi due giorni sul complesso degli emendamenti voglio partire dal mitico Fabio Garagnani, così immerso nel ruolo di guardia svizzera che sembra l’imitazione televisiva di un teocon: oggi ci ha accusato di sottovalutare “la difesa della nostra tradizione culturale (e spirituale!) giudaico-cristiana” ed un po’ a denti stretti ha detto sì ai 10 anni di residenza presenti nel testo Bertolini, perché lui ne preferiva 15. La stessa Lega, al confronto, sembra moderata, quando annuncia – come ha fatto Manuela Dal Lago, ieri sera stracciata in tv dalla mia amica Sumaya – di respingere la mediazione proposta da Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl e punto di mediazione fra berlusconiani e finiani: otto anni di residenza, cinque per cominciare le pratiche con il test. Sugli altri interventi vado per sommi capi: l’Udc ha ribadito che gli altri Paesi europei hanno ritoccato i termini in basso, mentre l’Italia è rimasta ferma su ius sanguinis e 10 anni; l’Idv ha definito il testo “inaccettabile”, dicendosi però disponibile al dialogo per modificarne almeno i punti peggiori; il Pd ha ribadito che, anziché cercare una soluzione condivisa come richiederebbe una riforma così importante, la maggioranza ha cercato soltanto un accordo al proprio interno. La premiata ditta Sarubbi-Granata – che aveva presentato alcuni emendamenti bipartisan, nello spirito della pdl 2670 – si è divisa i compiti: a Fabio il discorso politico, a me quello tecnico. Lui ha cercato di spiegare i suoi che perseguire l’obiettivo della sicurezza non significa combattere l’integrazione, invitando Pdl e Lega a non lottare per superarsi nella durezza; io ho evidenziato la necessità di alcune modifiche concrete, soffermandomi in particolare sulla necessità di calcolare gli anni (che siano 5, 7, 8 o 10) dall’inizio del soggiorno legale e non dall’acquisizione della residenza, perché questa è spesso una variabile impazzita. Ma non vi tedierò di più: avete già capito l’essenziale, e cioè che siamo ancora in alto mare.

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Ritrosie profonde

Dicembre 12, 2009 · 9 Commenti

Torno sul dibattito di ieri, perché l’urgenza della cronaca mi ha permesso di riportarvi solo i fatti. Mancavano le opinioni, che nel dibattito politico non sono meno importanti, e così oggi vi racconto come è andata la discussione in Commissione, perché possiate farvi un’idea del motivo per cui il testo unico votato ieri da Pdl e Lega esclude dalla cittadinanza i minori stranieri nati e cresciuti in Italia. Lo status di cittadino - afferma Isabella Bertolini, la relatrice – è così importante che solo un maggiorenne può decidere al riguardo: “imporre la cittadinanza ad un ragazzo che non sa neanche votare – chiosa il leghista Raffaele Volpi – è aberrante”. Il verbo “imporre” non è casuale, perché nella discussione è emerso più di una volta: ad un certo punto, Maurizio Bianconi (Pdl) ci ha addirittura definito “sciovinisti”, perché – udite, udite! – se diamo la cittadinanza italiana ad un bambino figlio di stranieri dimostriamo di “credere che la cittadinanza italiana sia migliore delle altre”. Ho provato ad obiettare, nel mio intervento, che probabilmente i miei colleghi non avevano mai parlato con un ragazzo della seconda generazione e li ho incoraggiati a farlo, per capire che il problema è di solito quello contrario. Ma nulla poteva scalfire le loro tesi preconfezionate, che in almeno un paio di occasioni hanno fatto venire a galla ritrosie più profonde. Mi viene in mente, ad esempio, il passaggio in cui Beatrice Lorenzin (Pdl) ha detto che “mentre noi pensiamo di concedere la cittadinanza alle seconde generazioni, in Francia e Gran Bretagna non hanno ancora risolto i problemi di integrazione delle terze”; oppure quello in cui Volpi, rispondendo alla mia domanda sui ragazzi del cricket (“Vi pare normale che il capitano della Nazionale italiana under 15, campione d’Europa con la maglia azzurra, non possa essere cittadino italiano?”), ha ammesso di sentire molto più vicino a sé l’anziano del palazzo accanto che va a giocare a bocce. Nel primo caso, quello della Lorenzin, si è capito che il vero problema del Pdl è la sfiducia nell’integrazione; nel secondo caso, quello di Volpi, si è avuta la prova che la conformazione mentale della Lega è quella della guerra tra poveri, in cui il diritto riconosciuto allo straniero toglie sempre qualcosa al padano. Se questi sono i presupposti, allora, capite da soli quanto sia difficile discutere. Ma per fortuna, nonostante la posizione ufficiale sia così chiusa, nella maggioranza non mancano le voci critiche: i finiani non fanno notizia, d’accordo, ma Gaetano Pecorella sì. L’avvocato di Berlusconi non è certamente un uomo sospettabile di tramare alle spalle del premier, di cercare una propria visibilità personale, di prepararsi un futuro politico; eppure, dopo aver letto il testo unico preparato dalla Bertolini, ci è andato giù pesante, obiettando che ”non si può equiparare chi viene qui da adulto, con una sua storia, rispetto a chi nasce qui”. Ha rimarcato che, senza la cittadinanza, un bambino nato in un nostro ospedale e cresciuto in una nostra scuola è destinato a sentirsi sempre uno straniero; ha ricordato che un provvedimento come questo cambia la vita delle persone, per cui non può essere vittima di approcci ideologici; ha citato, infine, il diritto alla felicità previsto dalla Costituzione americana, spiegando che “qualunque legge che crea infelicità è una legge sbagliata”. E qui mi è partito l’applauso solitario, nel silenzio generale.

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Cominciamo male

Dicembre 11, 2009 · 18 Commenti

Dopo un anno abbondante di discussione ed una valanga di proposte di legge in materia – una quindicina, se non erro, tra le quali la nostra bipartisan – in Commissione Affari Costituzionali si è scelto oggi il testo base, che tra poco (dopo l’esame e la votazione degli emendamenti) arriverà in Aula. Il compito di prepararlo spettava alla relatrice, Isabella Bertolini, che ha scelto la linea del low profile: un testo secco, di soli 5 articoli, costruito intorno all’esigenza di compattare il Pdl intorno ad una linea conservatrice e di rassicurare la Lega. L’articolo 1 è una doccia fredda, che in poche righe riesce ad ammazzare i sogni di 862 mila minori stranieri: una coltellata all’Anolf, una mazzata in testa alla rete G2, una scarica elettrica a tutte quelle associazioni che cercano di dar voce ai nuovi italiani. Se sei nato in Italia, vi si legge, non diventi comunque italiano prima dei 18 anni; nel frattempo, devi aver risieduto qui senza interruzioni e frequentato con profitto le scuole dell’obbligo. Se ci sei arrivato da piccolo o piccolissimo, peggio per te: non rientri nella casistica, dunque farai il test come gli adulti. O forse no, perché su questo punto – e su molti altri – la legge non è chiara: in alcuni casi, dice, ci possono essere esoneri dal test, ma sarà il ministero dell’Interno a decidere le circostanze, con un apposito regolamento attuativo. Il test, lo avrete capito, è quello di “conoscenza della lingua, della storia e della cultura italiana ed europea, dell’educazione civica e dei principi della Costituzione italiana”: lo puoi fare al termine di un corso obbligatorio, della durata di un anno, frequentabile da chi ha già 8 anni di residenza. La procedura amministrativa – spiega la legge, ed è uno dei suoi meriti – non può durare più di due anni e 4 mesi: prepari i documenti ad 8 anni, ti devono rispondere per forza entro 4 mesi, parti con il test e nel giro di altri due anni diventi cittadino italiano. Ma non dice, la legge, cosa accade a chi non supera il test, né - mancanza ancora più grave – cosa accade se la burocrazia va per le lunghe: l’ideale da un punto di vista pratico sarebbe il silenzio-assenso, ma lasciare la concessione della cittadinanza ad un atto di silenzio dello Stato che ti accoglie è onestamente un controsenso simbolico. A proposito di simboli, l’articolo 4 prevede un giuramento sulla Costituzione, come anche nella Sarubbi-Granata, ma qui con un riferimento esplicito alla “pari dignità sociale di tutte le persone”: una frecciata all’Islam, nelle intenzioni della relatrice, ed al mancato rispetto della dignità della donna da parte di alcuni musulmani. I tre pregi del testo li ho già sottolineati: il fatto che non sia una legge a costo zero (ed è bene che Tremonti lo sappia dalla sua stessa maggioranza, perché quei corsi costano); la certezza di un termine burocratico (con tutti i difetti di cui parlavo, d’accordo, ma una soluzione si troverà); la possibilità di cominciare il cosiddetto “percorso di integrazione” in anticipo, rispetto ai 10 anni di residenza. Ma è comunque un testo deludente, molto deludente, nella parte più attesa: quella sui minori. Rispetto alla proposta bipartisan di ius soli temperato (sei cittadino alla nascita in Italia se vieni da una famiglia stabilmente soggiornante da 5 anni, ed in tutti gli altri casi diventi cittadino alla fine di un ciclo scolastico), questo testo unico è un passo indietro gigantesco: con la scusa di non voler imporre la cittadinanza a nessuno, ma di dare a tutti la possibilità di scegliere, si dimentica completamente l’importanza del senso di appartenenza, nella crescita di ogni adolescente. Continueremo a regalare cittadini alla terra di mezzo, a meno che – nella stessa maggioranza – qualcuno non si svegli dall’incantesimo padano e cominci a guardare in faccia la realtà: un autorevole esponente del Pdl oggi ci ha già provato, ma ve lo racconto domani. Si chiama Gaetano Pecorella, e non è certo un finiano.

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