Andrea Sarubbi

Voci categorizzate come ‘famiglia’

Affari sociali

Novembre 25, 2009 · 5 Commenti

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

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Fuori dal cassetto

Novembre 23, 2009 · 6 Commenti

In un’intervista concessa stamattina, che sta passando alla cronaca per la proposta di abolire la buvette, il ministro Gianfranco Rotondi ha espresso in realtà una considerazione molto seria, su un tema che con la pausa pranzo ha poco a che vedere: secondo lui, la mancanza di tutele per i conviventi è colpa del Centrosinistra, che non vuole calendarizzare la proposta di legge 1756 (Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi, da cui la sigla Didoré), presentata più di un anno fa e non ancora discussa nella Commissione competente (Affari Sociali). I Didoré, lo riassumo per i meno addentro, sono una specie di versione light dei Dico: il testo ribadisce che la famiglia riconosciuta dallo Stato è quella fondata sul matrimonio (e che quindi sono legate al matrimonio “le agevolazioni e le provvidenze di natura economica e sociale previste dalle disposizioni vigenti che comportano oneri a carico della finanza pubblica”), ma poi prevede una serie di norme che, oggettivamente, vanno a riempire qualche buco nella legislazione attuale e che rappresentano comunque un passo avanti rispetto al nulla esistente. Alcuni esempi: assistenza sanitaria, subentro nel contratto di locazione, alimenti. È un provvedimento che – cito la relazione introduttiva – “non comporta oneri per la finanza pubblica e non abbisogna pertanto di copertura finanziaria”: nonostante il blocco di Tremonti, insomma, potrebbe essere discusso alla Camera anche subito ed approvato nel giro di qualche settimana. Eppure, dicevo prima, è lì fermo da più di un anno: sebbene abbia i voti per farlo approvare, infatti, il Centrodestra non lo calendarizza, forse perché su temi così delicati si rischia di scivolare oppure per qualche altro motivo che non mi riesce proprio di comprendere. Per Rotondi, però, la colpa è nostra, perché – nonostante sia una legge sottoscritta solo da deputati del Pdl – avremmo potuto chiederne noi la calendarizzazione: se non lo abbiamo fatto, è perché riteniamo i Didoré troppo blandi. Le motivazioni addotte dal ministro (che della norma è l’ispiratore, pur non avendola firmata per motivi di opportunità) sono palesemente strumentali, perché è naturale che (avendo una piccola quota del calendario a disposizione) l’opposizione si concentri sulle proprie proposte e non su quelle altrui, così come sarebbe naturale un dibattito sul tema delle coppie di fatto all’interno della maggioranza; eppure, la questione sollevata oggi da Rotondi è di enorme importanza, perché pone un problema di strategia politica che il Pd prima o poi deve risolvere. Nella scorsa legislatura il governo Prodi voleva i Dico, ma non riuscì a farli passare perché all’interno della coalizione c’erano delle divisioni nel merito: secondo alcuni (pochi) dei nostri, infatti, i Dico erano troppo. Ora, sui Didoré si rischia di fare l’errore contrario, perché quella proposta di legge è troppo poco. Ed i conviventi, nel frattempo, continuano ad aspettare dal legislatore un minimo segno di civiltà. Secondo me – che non sono il segretario del Pd, né il capogruppo alla Camera, né il capo di alcun dipartimento e neppure un membro della direzione, ma un semplice parlamentare di buona volontà – dovremmo accettare la sfida e portarli a discutere su un terreno comune, come sto cercando di fare io con la cittadinanza agli immigrati: se loro non hanno la forza politica per tirare questo tema fuori dal cassetto, facciamolo noi! E poi, una volta portata la legge in Aula, combattiamo una battaglia a colpi di emendamenti: forse la perderemo, perché i numeri sono quelli che sono, ma in ogni caso – se anche venisse approvato il testo così come è ora – ci ritroveremo (leggi: le coppie di conviventi si ritroveranno) con un poco che è meglio di un nulla. L’alternativa, naturalmente, è molto più semplice: non muovere un dito fino a quando non lo muoveranno loro, sperare che i Didoré non arrivino mai in Aula e, se ciò dovesse per sbaglio accadere, votare contro o al massimo astenerci, perché non era quello che avremmo voluto noi. Ma ne vale la pena?

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Generazione Balotelli

Ottobre 31, 2009 · 6 Commenti

Da buon cattolico, il ciellino Adriano Paroli, sindaco di Brescia, decise l’anno scorso di sostenere le famiglie in difficoltà con il bonus bebè: un milione e trecentomila euro da destinare ai nuovi nati, per incoraggiare la natalità ed aiutare i genitori a combattere con pannolini e robe varie. Proposta lodevole, naturalmente, se non fosse per un piccolo particolare: i nuovi nati dovevano essere necessariamente italiani. Ed i figli di immigrati regolari, nati qui? Niente. Eppure, gli immigrati regolari a Brescia sono 33 mila, oltre il 17 per cento della popolazione residente: lavorano nell’agricoltura (pachistani ed indiani), nel comparto edilizio (albanesi e rumeni) e nelle fonderie (africani), aprono negozi (cinesi), fanno le badanti (donne dell’est europeo). Aumentano il Pil, insomma, ma per il Comune questo non conta: il vicesindaco Rolfi è un leghista duro e puro – quello, per capirci, che ha iniziato a raccogliere firme contro la mia proposta di legge sulla cittadinanza, e che ultimamente ha brindato con champagne sul terreno di un campo nomadi appena sgomberato – e negli equilibri di potere locali è molto più forte di quanto la sua carica non dica, anche perché il suo diretto superiore, che oltre a fare il sindaco è pure deputato, passa diversi giorni alla settimana a Roma. Sul bonus bebè, però, è scoppiato il putiferio: i giudici hanno dato ragione al ricorso dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione), giudicando la delibera comunale “discriminatoria”, ed a quel punto il Comune, per ripicca, ha deciso di togliere l’incentivo a tutti. Nel frattempo, per rimediare al guaio erano entrate in azione 13 sigle del mondo cattolico (Acli, Adasm-Fism, Azione cattolica, Associazione nazionale famiglie numerose, Cisl, Fuci, Istituto Pro Famiglia, Movimento cristiano lavoratori, Movimento dei focolari, Pax Christi, Società San Vincenzo de’ Paoli, Ucid, Università Astolfo Lunardi), per fare quello che avrebbe dovuto fare il Comune: una raccolta di fondi destinata alle famiglie finanziariamente fragili (con un indicatore socio-economico al di sotto dei 15 mila euro) che avessero avuto bambini nel 2008. A differenza del bonus bebè, però, il donum bebè (lo hanno chiamato così) non pretendeva il requisito della cittadinanza, ma soltanto quello della residenza in città da almeno 3 anni. Risultato: 70 mila euro raccolti in circa 7 mesi, 69 famiglie aiutate (ma una ha avuto due gemelli, dunque ha preso il doppio), in maggioranza straniere. Alcune di loro le ho incontrate ieri sera, con i loro mocciosetti piagnoni, in un incontro organizzato per fare un bilancio dell’iniziativa e presentare, contestualmente, la pdl 2670 sulla cittadinanza. Mentre la spiegavo, dicendo che cosa cambierebbe se passasse, molti dei genitori avevano gli occhi lucidi: non pensavano a sé, mi hanno detto alla fine, ma ai loro figli. Bresciani come Mario Balotelli.

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Visti in tv

Ottobre 16, 2009 · 12 Commenti

 

Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie, la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul “chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa”. Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche. Se questo blog fosse uno strumento di propaganda, insomma, oggi avrei diverse mazzate da tirare; non lo faccio perché voglio ancora bene al Pd, e così mi concentro su ciò che – di tutti e tre i candidati – mi ha convinto di più. In ordine di mozione, naturalmente.

Pierluigi Bersani. Sulle questioni economiche ha dimostrato di essere decisamente una spanna sopra a tutti (in Parlamento gli tengono testa solo Cazzola e Tabacci, nel Pd nessuno): il passaggio sulla crisi e sulle tre soluzioni (sostegno ai redditi medio bassi, fondi di garanzia per le piccole e medie imprese, grande piano di piccole opere pubbliche) è stato di una lucidità impressionante. Allo stesso modo, quando ha parlato di previdenza è stato l’unico capace di contestualizzare l’innalzamento dell’età pensionabile all’interno di una riforma più ampia, in funzione dei giovani. Mi è piaciuto anche il passaggio sulla giustizia che non va, e sul fatto che ogni riforma necessaria venga condizionata dagli interessi personali del presidente del Consiglio. Bersani è un solido uomo di Stato.

Dario Franceschini. Bene sul pluralismo all’interno del Pd: il fatto che occorra votare sulle questioni controverse non è in discussione, ma non si può imporre la disciplina su tutto. Condivido anche il suo approccio sulle unioni civili, per le quali devono esserci limiti ben chiari: il no alle adozioni ai single ed alle coppie gay potrebbe costarmi l’accusa di essere singlofobo ed omofobo, ma mi rimetto al vostro buon cuore. Il suo discorso sul bipolarismo da conservare con i denti (non regaliamo una parte del Pd al centro, non deleghiamo all’Udc la rappresentanza dei moderati) mi pare saggio, così come la sua idea di partito aperto agli elettori e lontano dai caminetti. Franceschini è un uomo equilibrato e coraggioso.

Ignazio Marino. Perfetta la prima risposta, quella sulla sanità: per un chirurgo come lui, era una specie di domanda a piacere, ma devo riconoscere che è stato bravissimo. In due minuti, è riuscito a parlare di tutto: l’esodo dal sud al nord, le lunghe attese, le condizioni degli ospedali, le stesse candidature con Bersani di due campioni mondiali dell’intreccio fra politica e sanità come Bassolino e Loiero. Buono anche il passaggio sul merito come motore dell’istruzione e della ricerca, lontano dalla tentazione di utilizzare la scuola come ammortizzatore sociale. Sacrosanto il discorso sulle correnti che bloccano il rinnovamento della classe politica e l’avanzamento dei giovani all’interno del Pd. Infine, sottoscrivo il suo approccio sull’immigrazione, sulla cittadinanza e sul voto alle amministrative per chi paga le tasse qui. Marino è un uomo nuovo, con un approccio politico e non politicante.

Le critiche le lascio a voi, ma con una preghiera: non scanniamoci, perché da qui al 25 è ancora lunga e potremmo farci molto male.

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Chi l’ha detto?

Luglio 19, 2009 · 3 Commenti

Ci serve una nuova mentalità. Dovremo dire ai nostri figli: “Sì, se sei nato a Scampia le possibilità di crescere fra camorra e bande sono sicuramente maggiori. Sì, se vivi in un quartiere povero, dovrai affrontare pericoli e minacce con i quali non dovrà cimentarsi chi vive a Posillipo. Ma queste non sono ragioni valide per avere brutti voti a scuola, o per marinare la scuola, o per abbandonare la scuola rinunciando a farti un’istruzione. Nessuno ha scritto il tuo destino per te. Il tuo destino è nelle tue mani: non dimenticarlo”. Questo è quanto dobbiamo dire ai nostri figli: “Non ci sono scuse. Non ci sono giustificazioni. Fatti un’istruzione: tutte quelle difficoltà ti renderanno soltanto più forte, e maggiormente in grado di competere”. Se po’ ffa’. E per quanto riguarda i genitori, non possiamo dire ai nostri giovani di andare bene a scuola  e poi non aiutarli quando tornano a casa. Voi genitori non potete esimervi dal fare i genitori. Questo significa mettere via i videogiochi, spegnere Uomini e donne, mandarli a letto a un’ora ragionevole. Significa anche spingere i nostri figli ad avere ambizioni più alte, a guardare più lontano. Possono anche pensare di aver fatto un bel numero con il pallone, oppure di avere un book fotografico da urlo, ma i nostri figli non possono aspirare tutti a diventare “El Pocho” Lavezzi o Elisabetta Canalis. Io vorrei che ambissero a diventare scienziati e ingegneri, medici e professori, non soltanto calciatori e veline. Io voglio che aspirino a diventare giudici della Corte Costituzionale. Voglio che aspirino a diventare presidenti del Consiglio.

Ho trovato queste parole da qualche parte, ma proprio non mi ricordo dove. Mi pare fosse un discorso di Silvio Berlusconi a Casoria, ma se voi potete confermarmelo mi fate un piacere…

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