Andrea Sarubbi

Voci categorizzate come ‘diritti umani’

Promesse a costo zero

Ottobre 22, 2009 · 3 Commenti

Ci volevano due testimonial mediatici come la regina Rania di Giordania – che ho incontrato ieri in Campidoglio – ed i mondiali di calcio in Sudafrica per riaccendere un minimo i riflettori sugli aiuti allo sviluppo. Un minimo, dico, perché in realtà i giornali si dedicano più agli abiti della regina o alle sue frasi su Twitter che non alla campagna 1 goal, da lei lanciata anche a Roma, sul diritto universale all’istruzione. Nella rassegna stampa odierna, invece, non c’è nessuno spazio per le mozioni che abbiamo votato ieri sera in Aula sullo stesso tema della cooperazione internazionale: il nostro ennesimo tentativo (vi ricordate il mio question time e la mia interpellanza?) di riaccendere i riflettori sul comportamento ver-go-gno-so, la dico alla Berlusconi, del nostro Paese in sede internazionale. L’opposizione ne ha proposta una, firmata anche da me; la maggioranza ne ha scritta una parallela: cercherò di riassumervele brevemente, così capite la differenza di approccio.

Pd, Idv, Udc. Dal G8 e dal G20 è emerso che la crisi sta rendendo i poveri sempre più poveri e che devono pensarci i Paesi ricchi, se no sono guai per tutti. Invece, la finanziaria 2010 ha tagliato del 56% i fondi per la cooperazione e siamo agli ultimi posti dei Paesi donatori, ben lontani dagli impegni assunti in sede Onu con gli Obiettivi del millennio. Al G8 dell’Aquila ci siamo fatti belli con la sottoscrizione di ulteriori iniziative per la lotta alla fame e lo sviluppo rurale, ma poi nei fatti stiamo dimostrando di non riuscire a rispettare neppure gli impegni che avevamo preso prima. Chiediamo dunque al governo di rientrare nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio, di stanziare nella prossima Finanziaria almeno 500 milioni di euro e di venirci a riferire in Parlamento, prima della sua approvazione, a che punto stiamo con il mantenimento degli impegni presi al G8 dell’Aquila. Già che ci siamo, chiediamo pure una revisione degli strumenti “operativi e legislativi” della nostra cooperazione internazionale, da fare insieme.
Pdl e Lega. Nonostante la crisi, nel 2008 abbiamo aumentato gli aiuti rispetto al 2007 (e ti credo, aggiungo io: quelli per il 2008 erano soldi stanziati dal governo Prodi!). La cooperazione è importante perché così arrivano qui meno immigrati, e questo è un motivo per non sottovalutarla; un altro è che al G8 abbiamo fatto un figurone, e quindi sarebbe un peccato giocarsi la reputazione con un altro taglio degli aiuti (l’aggettivo altro naturalmente non figura nel testo). È vero che dovremmo rientrare negli Obiettivi del millennio, ma nel frattempo dobbiamo chiedere una mano ai privati: le imprese italiane, per esempio, ci aiutino ad esportare il loro modello produttivo, così insegneremo agli africani a non buttare i soldi. D’ora in poi, ha deciso il G8, non daremo più soldi ai governi – spesso corrotti – ma li destineremo a specifici progetti di sviluppo: ecco dunque l’importanza di un rapporto con le ong (Deo gratias! ve ne siete accorti anche voi che le ong non sono un pericoloso covo di comunisti!). Chiediamo dunque al governo, nella prossima finanziaria, di “non interrompere il processo di graduale incremento” (che faccia tosta!) degli aiuti allo sviluppo, e di ricordarsi che abbiamo un debituccio complessivo di 290 milioni di euro con il Fondo per la lotta all’Aids, alla tubercolosi ed alla malaria. Tutto questo, sia chiaro, “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”.

Alla fine, loro ci hanno detto che l’unico modo per far passare la nostra mozione (e dunque impegnare il governo a tirare fuori quei 500 milioni di euro nella prossima finanziaria) era votarle entrambe all’unanimità. Così abbiamo fatto, da buoni soldatini, ed ora li aspettiamo al varco.

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Il Nobel preventivo

Ottobre 9, 2009 · 12 Commenti

La notizia del Nobel per la pace a Barack Obama non può che farmi piacere, ma sinceramente non la capisco. E cerco di ragionare onestamente, al di là delle appartenenze politiche, tenendomi lontano dai sillogismi di casa nostra per cui se Obama vince il Nobel allora il Pd guadagna mezzo punto: a novembre i democratici Usa hanno vinto le elezioni e nei mesi successivi noi le abbiamo perse, forse perché assomigliamo poco ai cugini americani oppure perché – se anche fossimo la loro fotocopia – magari i nostri elettori ragionano diversamente. Al di là delle improbabili ripercussioni interne, comunque, la notizia mi fa piacere perché dimostra quanto un cambio di rotta nella politica estera americana sia percepito – a livello internazionale – come la chiave di volta della pace; ed ancora, perché il protagonista di questa svolta incarna molte delle idee in cui mi riconosco anche io. Perché il sì alla politica della mediazione della nuova Casa Bianca è anche un no alla guerra preventiva di Bush, che solo pochi anni fa sembrava il metodo più efficace per risolvere le controversie internazionali. Ma è una decisione che non capisco, lo ripeto, perché mi sembra più un premio alle intenzioni – all’agenda di Barack Obama, come hanno notato molti giornalisti presenti stamattina ad Oslo – che un riconoscimento ai risultati conseguiti finora: tanto è vero che, nella motivazione del Nobel, il comitato parla espressamente di “sforzi straordinari”, di “impostazione” e di “nuovo clima”, ma non può andare oltre, perché i problemi spinosi che la nuova amministrazione americana ha ereditato da quella precedente sono ancora lì. C’è l’Iraq e c’è l’Afghanistan, c’è il Medio Oriente (e qui bisogna riconoscere a Bush di averci provato anche lui, nell’ultima parte di mandato) e c’è lo stesso Iran, con il quale – al di là di qualche stretta di mano con Ahmadinejad e di qualche dichiarazione di buoni propositi – il problema del nucleare non sembra ancora vicinissimo ad una soluzione. Per non parlare della Corea del nord, naturalmente, o dello stesso Honduras, che dopo la visita di Hillary Clinton non sembra aver fatto molti passi in avanti sulla via della riconciliazione. Sono d’accordo con Piero Fassino, insomma, che parla di un “messaggio di speranza”, ma non credevo che il Nobel si potesse dare sulle intenzioni: penso a quello vinto nel 1979 da Madre Teresa, o anche – ma sì, fatemi essere un po’ polemico – a quello non assegnato alla Comunità di Sant’Egidio a metà degli anni Novanta, nonostante il suo contributo alla pace in Mozambico fosse sotto gli occhi di tutti. Mi viene il dubbio, allora, che anche il premio Nobel cominci a cadere nella trappola massmediatica: non è più il vincitore (magari una ong sconosciuta, impegnata da decenni in un angolo nascosto del mondo) a far parlare di sé perché ha vinto il premio, ma il Nobel stesso ad acquistare visibilità perché ha premiato un uomo da copertina. Se così fosse, signori miei, mettiamoci l’anima in pace: l’edizione 2010 è già vinta da Silvio.

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La tela di Anna Paola

Ottobre 3, 2009 · 10 Commenti

La storia che sto per raccontarvi forse non la leggerete mai sui giornali, ma se io fossi il direttore di un quotidiano ci farei un bel fondo, perché è una storia che, nella sua semplicità, parla di politica meglio di un talk show. Commissione Giustizia, ieri pomeriggio: ci vado anch’io, pure se non ne faccio parte, perché si vota il testo base della legge sull’omofobia. O meglio, di quella che avrebbe dovuto essere la legge sull’omofobia, ma che – prima ancora di arrivare in Aula – ha già lasciato sul campo parecchie ambizioni: dei due progetti presentati (uno del Pd, a prima firma Anna Paola Concia, ed uno dell’Idv, a prima firma Di Pietro) è rimasto solo un richiamo nel titolo (“Disposizioni in materia di reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”), mentre l’impianto originario è stato mutilato: niente introduzione del reato di omofobia, per esempio, ma soltanto un’aggravante nel codice penale, tra l’altro – come vi dirò – accettata a denti stretti. Alla fine, tutto quello che rimane è un testo di un solo articolo, che recita così:

All’articolo 61, comma 1, del codice penale, dopo il numero 11-ter), è aggiunto il seguente:
“11-quater) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”.

In sostanza, chi compie un delitto non colposo (tra quelli di cui sopra) a causa dell’orientamento sessuale o della discriminazione sessuale avrà una circostanza aggravante ai fini della pena: capita già lo stesso se si compie il fatto contro un pubblico ufficiale o un ministro di culto, o se lo si compie da latitante, oppure (come ha chiesto ed ottenuto la Lega, facendo inserire la modifica nel ddl sicurezza) da immigrato irregolare. Nulla di rivoluzionario, insomma: il difetto di questa norma è, al limite, quello di essere troppo timida, ma – date le circostanze – era impossibile spuntare di più. La Lega ha continuato ad opporsi anche ieri, dicendo che l’aggravante dell’omofobia è perfettamente inutile: intanto, perché rientra in quella (già esistente) dei “motivi abietti e futili”; inoltre, perché “le statistiche dicono che sono molto più frequenti i reati a causa del tifo calcistico, eppure non esiste un’aggravante apposita”. Lo stesso ha fatto anche l’Udc, che – al contrario della Lega – non ha limitato il dissenso al dibattito, ma ha addirittura votato contro il testo base, pensando forse di cavalcare il moralismo di una parte del mondo cattolico ma finendo per essere più papista del Papa. Dall’altro lato della barricata, l’Italia dei valori ha adottato lo stesso atteggiamento dell’Udc, ma per motivi opposti: i dipietristi non hanno votato il testo base perché non accettano che la maggioranza abbia ridotto il tutto ad un’aggravante. E qui c’è proprio la radiografia dei vari partiti: il Pdl che di fronte ad alcune proposte di buonsenso non può tirarsi indietro ma tenta di ridurre il danno, la Lega che – come un pezzo dell’Italia benpensante – verso gli omosessuali prova un certo fastidio, l’Udc che si chiude a riccio nell’identitarismo perché spera di riscuotere consensi nel fronte cattolico, l’Idv che vive perennemente nella logica del “tanto peggio, tanto meglio”, sperando che le riforme non si facciano per poter poi scendere in piazza ad urlare che il governo non le ha fatte. E noi? Il Pd – che nella circostanza soffriva, insieme ad Anna Paola Concia, per le mutilazioni ricevute dal testo – ha mostrato responsabilità: ha cercato fino all’ultimo di salvare il progetto, cambiandolo più di una volta rispetto a quello iniziale, ed ha agito pensando al Paese. Quella di Anna Paola è stata finora una prova di pazienza, un continuo tessere la tela per portare a casa qualche risultato, che alla fine si tradurrà comunque in un testo normativo: è chiaro che anche per noi sarebbe più comodo far saltare tutto e metterci ad urlare contro la maggioranza omofoba, ma la politica non può essere una campagna elettorale perenne. E speriamo che anche gli elettori, prima o poi, se ne rendano conto.

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Una questione di metodo

Settembre 22, 2009 · 4 Commenti

Il mio primo progetto di legge, depositato a poche settimane dall’inizio di questa legislatura, è arrivato in Aula e verrà approvato giovedì. In sé, naturalmente, è una buona notizia, anzi, ottima: sebbene in ritardo di 6 anni, infatti, riusciamo finalmente a ratificare una convenzione internazionale sui residuati bellici esplosivi. La proposta di legge è la mia, parola per parola, con una sola modifica nella copertura finanziaria; del mio lavoro, però, non resterà nessuna traccia, perché il governo l’ha copiata ed incollata in un suo disegno di legge. E così, nel mio intervento in Aula gliel’ho fatto notare.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, do per scontato l’assenso mio e del mio gruppo parlamentare – il gruppo del Partito democratico – a questo disegno di legge, che il relatore ci avrebbe voluto illustrare con dovizia di particolari se ne avesse avuto il tempo, ma che, insomma, ci ha illustrato già a sufficienza, e ora vorrei utilizzare questi 8 minuti, ma in realtà anche meno, per una riflessione non sul merito, che immagino troverà tutti d’accordo, ma sul metodo seguito, che suscita in me più di una osservazione.
Innanzitutto, arriviamo a questa discussione con 6 anni di ritardo. È dal 28 novembre del 2003, infatti, che l’Italia sa di avere un obbligo, in quanto Stato firmatario della Convenzione di Ginevra: l’obbligo, appunto, di ratificare questo Protocollo relativo ai residuati bellici esplosivi, che affronta il problema degli ordigni inesplosi ed abbandonati. Come tutti sappiamo, i territori di guerra – basti pensare al Corno d’Africa, ai Balcani, al Medio Oriente, allo stesso Afghanistan che in queste ore ci provoca così tanto dolore – sono pieni di mine antiuomo, che chiaramente rimangono lì anche quando la guerra è finita: basta metterci un piede sopra e, nel migliore dei casi, si perde una gamba. Nel peggiore, si può anche perdere la vita: cosa che accade non di rado, anche se ormai non fa più notizia.
Nel 2003, gli Stati membri della Convenzione di Ginevra adottano questo Protocollo, in cui ci si assumono delle responsabilità per migliorare la protezione dei civili e per ridurre i pericoli. A quel punto, però, la palla passa ai singoli Paesi, che ad uno devono ratificare il testo e a questo punto cominciano le note dolenti, perché – mentre 55 Parlamenti hanno già fatto il loro dovere – noi ci siamo ridotti a settembre 2009 e le cose sarebbero andate ancora più per le lunghe se il relatore Franco Narducci, vicepresidente della Commissione Esteri, non avesse avviato un pressing sul Governo negli ultimi 6 mesi.
Non voglio dire che l’Italia sia disinteressata al tema dei diritti umani: ci mancherebbe, né che ci interessi poco il problema nello specifico. Il nostro Parlamento, infatti, è stato il primo al mondo a dotarsi di uno strumento contro le mine, approvando già nel 1992 una risoluzione per lo sminamento del Kurdistan. Quello che mi preme sottolineare – e mi preme farlo in quest’Aula, signor Presidente, davanti al rappresentante del Governo – è che dal novembre 2003 ad oggi si sono avvicendati quattro governi (Berlusconi
bis, Berlusconi ter, Prodi bis e Berlusconi quater) e tre legislature (XIV, XV e XVI). È possibile – mi chiedo, ma lo chiedo anche a nome del cittadino che ci sta seguendo su Gr Parlamento, su Radio radicale o sul canale satellitare della Camera – che ci vogliano quattro Governi e tre legislature per ratificare una Convenzione su cui siamo tutti d’accordo? E perché ci vuole un intervento del Governo, quando in Parlamento è presente da anni una proposta di legge di ratifica di questo Protocollo?
Ci sono aspetti, in questa vicenda parlamentare, che mi risultano davvero incomprensibili. Faccio, a questo proposito, un passo indietro. Domenica 18 maggio 2008, il Papa dedica il suo post-Angelus alla messa al bando delle munizioni a grappolo; contemporaneamente, alcuni esponenti istituzionali di diverse confessioni religiose inviano una lettera aperta ai Governi, sempre sullo stesso tema.
Proprio in quei giorni io – fresco deputato, erano passati più o meno una ventina di giorni dall’inizio della legislatura – scopro che il nostro Parlamento non ha ancora ratificato il Protocollo, nonostante diverse proposte di legge giacenti da diverse legislature: ripropongo così quella presentata dal senatore Martone, nella XV legislatura, e raccolgo 35 firme tra i diversi schieramenti.
La proposta di legge A.C. n. 1076, Sarubbi ed altri, viene assegnata alla Commissione esteri ad aprile di quest’anno: quasi un anno dopo! Da allora, si apre una discussione in cui – come spiegavo poco fa – il relatore, l’onorevole Narducci, ricorda periodicamente al Governo la necessità di questa ratifica «senza ritardi», l’espressione che utilizzano le Nazioni Unite in una risoluzione del 6 dicembre 2006 che, fra l’altro, è stata approvata anche con il voto dell’Italia. Ogni volta in Commissione, a cominciare dall’8 aprile 2009, il rappresentante del Governo risponde – cito il sottosegretario Stefania Craxi, dal resoconto di quella seduta – «che il Governo sta ultimando la procedura finalizzata alla presentazione di un disegno di legge di autorizzazione alla ratifica del protocollo in oggetto», come dire: tranquilli, ci pensiamo noi. La scena si ripete a maggio, con il sottosegretario Alfredo Mantica, che però preannuncia una novità: dimenticatevi i 50 mila euro per la copertura finanziaria dello sminamento, perché al massimo ne tireremo fuori 15 mila. A luglio, un altro rinvio, ma stavolta il Consiglio dei Ministri ha deliberato il disegno di legge di ratifica; quanto ai fondi stanziati nel testo rimangono i 15 mila, che certamente non basteranno (servono sì e no per una conferenza), ma almeno per il 2009 una soluzione c’è: si potrà infatti attingere al Fondo per lo sminamento previsto nel «decreto missioni». Mi auguro che ciò valga pure per il prossimo «decreto missioni», altrimenti nel 2010 dovremo riaffrontare il discorso da capo.
Un’ultima annotazione sempre riguardo al metodo seguito. È vero che stiamo parlando di politica estera (un’abitudine che la Camera non ha e che, in un momento come questo, sarebbe il caso di adottare) e capisco pure, signor sottosegretario, che il Governo ci tenga a fare bella figura, anche se – viste le critiche odierne dell’Alto commissariato dell’ONU sui diritti umani, riguardo ai respingimenti – l’operazione mi appare difficile. Però quando si toglie all’opposizione (non dico ad Andrea Sarubbi: questo mi interessa fino ad un certo punto) anche la paternità delle idee più nobili ed assolutamente
bipartisan, come in questo caso, più che un segnale di forza mi pare un segnale di debolezza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

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La responsabilità di proteggere

Settembre 21, 2009 · 12 Commenti

A volte, la storia può essere strana; ci pensavo poco fa, poco dopo la fine delle esequie solenni per i nostri 6 paracadutisti morti in Afghanistan. Una cerimonia toccante, durante la quale mi aveva colpito un passaggio dell’omelia dell’ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi: pur da obiettore di coscienza, non ero riuscito a dargli torto quando aveva ricordato che, se uno Stato ”non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie provocate sia dalla natura che dall’uomo”, la comunità internazionale “è chiamata ad intervenire”, naturalmente “esplorando ogni possibile via diplomatica”. Io non sarò mai un buon ministro della Difesa, dicevo l’altro giorno, ma riconosco quella nostra “responsabilità di proteggere” a cui il vescovo faceva riferimento, spiegando che la globalizzazione va intesa “‘non solo come processo socio-economico, ma come criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone”. Era appena finita la cerimonia, nella basilica di San Paolo, quando le agenzie di stampa hanno cominciato a battere una notizia: la pubblicazione di un rapporto dell’Onu in cui si critica duramente la politica dei respingimenti attuata dall’Italia, perché i disperati vengono rimandati in Libia senza neppure sapere chi siano, ma sapendo invece perfettamente che il governo di Tripoli – come ha ricordato stamattina il commissario Guterres – non offre garanzie di protezione ai richiedenti asilo. Ho già parlato di questo argomento alcune volte, chiedendomi anche dove il presidente del Consiglio vada ad acquistare i suoi fantastici superpoteri; oggi, però, il discorso che vorrei fare è un altro, cercando di non strumentalizzare nulla (vi prego, risparmiatemi la retorica) ma soltanto di capire. Le missioni di pace – o sedicenti tali, e questo è un capitolo che prima o poi toccherà aprire – sono necessarie perché, come ha giustamente detto il vescovo nell’omelia per i soldati uccisi, la globalizzazione non si esaurisce nella politica degli scambi commerciali: nel villaggio globale, tutto il mondo è casa mia; ogni popolo che soffre è un popolo da difendere. Purtroppo, però, questa regola non vale per tutti, altrimenti la comunità internazionale (Italia in testa) avrebbe inviato da anni una missione di pace in Tibet, mentre invece la Cina è oggi membro del Wto ed organizza pure le Olimpiadi. Non vorrei che valesse lo stesso discorso per la Libia, visto che ha il petrolio e che sottoscrive appalti milionari con le nostre aziende, ma ho paura di sì. E se passo per cattocomunista, me ne farò una ragione.

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