
“Quando venne da me, a Montecitorio, mi fece un’impressione enorme. Non era la solita predica: era qualcosa di nuovo, di vivo!”. La frase – citata stamattina da Andrea Riccardi - è di Igino Giordani; il soggetto in questione è Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari: una persona straordinaria, una cattolica integrale e non integralista, che oggi abbiamo ricordato in un convegno alla Camera, ad un anno dalla sua morte. “Una donna che si faceva ascoltare perché era capace di ascoltare”, l’ha definita Gianfranco Fini, incaricato di fare gli onori di casa. Assente Renato Schifani – per un viaggio in Egitto – ha parlato, a nome del Senato, la vicepresidente Rosy Mauro, che ha messo l’accento sulle radici spirituali di Chiara, su “quella fede che rischia di passare in secondo piano (come è successo con Madre Teresa, per esempio) di fronte alla grandezza delle sue opere”. La francese Christine Boutin, ministro per le Politiche urbane e gli alloggi del governo Sarkozy, ha insistito invece sul concetto di “economia di comunione”, che il Movimento dei focolari sta cercando di portare avanti: la risposta migliore ad un capitalismo senza coscienza e ad una società individualista, ha detto, è proprio un modello basato sul progresso condiviso. E di bene condiviso ha parlato anche Maria Voce, che ha preso il posto di Chiara Lubich alla guida del Movimento: ha ricordato a noi politici presenti (parecchi, di diversi schieramenti) che il bene comune è il bene di tutti e che non può essere separato dalla giustizia. Ci ha chiesto di imparare, dall’esperienza di Chiara, a metterci “nella pelle dell’altro”. Ma soprattutto, in un tempo difficile come quello attuale, ci ha invitati a stringere un patto di fraternità per l’Italia:
“In un tempo di crisi, l’urgenza di agire e di dare rapidamente risposte ai cittadini in difficoltà potrebbe indurre le maggioranze a ritenere che debbano comunque esercitare le loro scelte appellandosi all’emergenza, e potrebbe indurre invece le minoranze a cogliere ogni occasione per criticare a fondo i governi, che evidentemente non possono da soli ed in tempi brevi dare soluzioni a problemi di portata globale. Il rischio è che la crisi, che richiederebbe la disinteressata collaborazione di tutte le forze politiche per affrontarla con maggiore forza e maggiore probabilità di successo, inneschi invece o approfondisca le divisioni”.
Solo chi non conosce il Movimento dei Focolari può interpretarlo come un invito all’inciucio. In realtà – come dicevo già tempo fa, al termine di un incontro con il Movimento politico per l’unità – è un invito all’ascolto reciproco “attraverso la lente purificante della fraternità e dunque con sincero interesse e con rispetto”. “Ama il partito altrui come il tuo”, disse la Lubich ai parlamentari nel 2000: quando Maria Voce ce lo ha ripetuto, stamattina, ho pensato che per noi del Pd sarà un po’ più complicato, visto che dobbiamo ancora finire di far pace con il nostro.
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Dopo giornate come quella di ieri ti manca l’aria: dopo 275 ordini del giorno, votati secondo una logica di casacca e non secondo il loro contenuto, hai solo voglia di uscire fuori e respirare. Se sei fortunato, come è successo a me, puoi anche trovare aria fresca e pulita. L’occasione mi è stata offerta dal Movimento dei focolari, ed in particolare dalla nuova presidente, Maria Voce: eletta in queste settimane, a 4 mesi dalla morte di Chiara Lubich, ha espresso il desiderio di conoscere i parlamentari per proseguire il cammino di dialogo avviato in questi anni dal Movimento politico per l’unità. “Ama il partito altrui come il tuo”, diceva Chiara, e credo che sia una delle applicazioni più faticose della famosa “regola d’oro” di cui parla il Vangelo. Ma se spogli l’altro della sua appartenenza e lo vedi come “un altro te”, con idee diverse ma rispettabili, puoi cercare di creare con lui uno spazio di fraternità. A qualcuno è già successo: Emanuela Baio (senatrice Pd) raccontava, con le lacrime agli occhi, di quando Massimo Grillo (all’Udc nella scorsa legislatura, ora non ricandidato per lo scontro con Totò Cuffaro) la aiutò a preparare una relazione su un testo di legge del Pd. Qualcun altro, come Giacomo Santini (senatore Pdl), ha notato invece come sia più facile sentirsi fratelli all’Europarlamento, mentre nel panorama nazionale le linee di frattura (destra-sinistra, nord-sud) siano più marcate. Letizia De Torre (deputato Pd) ha raccontato il suo progetto di legge sull’istruzione, frutto di due anni di lavoro e condiviso anche dagli altri schieramenti politici: le è capitato, però, di sentirsi rimproverare per non avere fatto opposizione. E tanti altri hanno parlato: chi ci ha invitato a liberarci dalla schiavitù della contrapposizione (Savino Pezzotta, deputato Udc); chi ha denunciato il rischio di un dibattito sulle riforme “senz’anima, al contrario di quello svoltosi 60 anni fa” (Francesco D’Onofrio, ex parlamentare Udc); chi ha espresso il timore che il lievito dei cattolici diventi polvere (Maria Burani Procaccini, ex parlamentare di Forza Italia); chi ha lamentato la perdità del senso di comunità, soprattutto dal 1989 in poi (Leoluca Orlando, Idv). Io - con il mio solito linguaggio colorito, che non ha mancato di creare imbarazzi – ho spiegato la frustrazione di chi, cresciuto nella cultura della fraternità, si trova impelagato nella palude delle correnti: l’antitesi del dialogo, perché ti portano a chiuderti con i più simili a te. Poi ho raccontato del mio rapporto schietto e leale con Matteo Mecacci, deputato radicale, e del nostro tentativo di confrontarci sempre, anche se questo non significa renderci uguali. “I luoghi di fraternità sono possibili”, ha concluso Maria Voce, invitandoci a credere nei sogni: “Forse non saremo noi a vederne i frutti, ma almeno avremo fatto la nostra parte”.
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Barbetta lunga, jeans stropicciati, stivaletti: alla Messa per il trigesimo di Chiara Lubich, ieri sera, mi sono presentato in versione casual, credendo che fosse un appuntamento per pochi intimi. Sapere che la celebrazione si svolgesse nella basilica di Santa Maria Maggiore non ha minimamente scalfito questa certezza. Poi, scendendo dal motorino, ho visto un paio di auto blu sul sagrato e mi è venuto un piccolo dubbio, ma la presenza di un fastidioso gazebo di Alemanno mi ha deconcentrato e il dubbio è morto sul nascere. Entrato in chiesa, cercavo timidamente un posto in piedi nella navata di destra, quando mi è venuta incontro Lucia Fronza: “Vieni, onorevole. Ora che sei una persona importante, il tuo posto è lì davanti”. Pensavo mi prendesse in giro, ma trenta secondi dopo ero in seconda fila, fra le cariche istituzionali e dietro l’ambasciatore cinese presso la Santa Sede. Loro, naturalmente, in giacca e cravatta. Io, con i capelli ancora schiacciati dal casco. Credo mi abbiano pure fatto delle foto, ma spero che abbiano un po’ di coscienza e non le pubblichino mai. I primi 10 minuti avrei voluto sotterrarmi, poi per fortuna è iniziata la Messa e mi sono ricordato il motivo profondo del mio essere lì: non ero l’onorevole Sarubbi, nonostante la scritta sulla sedia a me riservata, ma quell’Andrea che aveva avuto la gioia di conoscere Chiara e di imparare, da lei, quanti pregiudizi e quante barriere possano crollare con l’amore. Mi è venuto in mente l’ultimo Focolare che ho visitato: quello femminile di Gerusalemme, in un quartiere ebraico. Ci vivono – ma forse ve l’ho già raccontato – una donna palestinese, due polacche ed una francese. Nessun crocifisso, perché i vicini di casa non capirebbero, ma alla parete una bella icona di Maria. E, soprattutto, una porta sempre aperta al dialogo, alla conoscenza reciproca. Alla fine della Messa, ho acceso il telefonino: c’era un messaggio di Aurelio, uno degli autori di “A sua immagine”: “Prima stavi seduto accanto a me, a Maria Amata, a Gida… ora stai seduto accanto a Veltroni, Casini e Buttiglione: dove abbiamo sbagliato?”. In niente, Aurelio caro.
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