Andrea Sarubbi

Voci categorizzate come ‘cattolici’

Il sicario distratto

Dicembre 5, 2009 · 10 Commenti

A questo punto, signori miei, Vittorio Feltri si dimetta . Per un sussulto di dignità, mi verrebbe da dire, ma ancor più per inadeguatezza professionale: il direttore di un giornale non è il barista che discute con i suoi avventori del più e del meno. Ha una responsabilità – anche penale – di ciò che pubblica, e per questo deve resistere alla tentazione di abboccare alle note anonime, verificando le carte processuali prima di sparare in prima pagina una fatwa contro chicchessia. Anche se chicchessia, in quel momento, gli è scomodo, e più ancora che a lui è scomodo al suo datore di lavoro. Dino Boffo, ammette oggi il suo killer, era innocente. Era uno schèrzo, come dice Corrado Guzzanti quando imita Bertinotti. Ma Feltri, anziché lasciare il giornalismo e dedicarsi a tempo pieno alla propaganda (sai che coppia con Capezzone?), fischietta ed invita a non pensarci più. Ecco la sua risposta ad una lettrice, che gli chiede un giudizio a freddo su quella vicenda:

Gentile signora,
quando abbiamo pubblicato la notizia, per altro non nuova (era già stata divulgata da Panorama sia pure con scarsa evidenza) eravamo consapevoli che non sarebbe passata inosservata. Ma non per il contenuto in sé, penalmente modesto, quanto per il risvolto politico. Infatti era un periodo di fuochi d’artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi. La Repubblica in particolare si era segnalata con servizi quotidiani su escort e pettegolezzi da camera da letto. Il cosiddetto dibattito politico aveva lasciato il posto al gossip usato come arma contro il premier anche in tivù, oltre che sulla stampa nazionale e internazionale.
Persino l’Avvenire, di solito pacato e riflessivo, cedette alla tentazione di lanciare un paio di petardi. Niente di eccezionale, per carità; data però la provenienza, quei petardi produssero un effetto sonoro rilevante. Nonostante ciò, personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziale che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali.
All’epoca giudicammo interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto.
Poteva finire qui. Invece l’indomani è scoppiato un pandemonio perché i giornali e le televisioni si scatenarono sollevando un polverone ingiustificato. La «cosa», come lei dice, da piccola è così diventata grande. Ma, forse, sarebbe rimasta piccina se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso), invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagattella e non di uno scandalo. Infatti, da quelle carte, Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato.
Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire. Inoltre Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione.

Dopo aver sparato, colpito ed affondato, insomma, il sicario si accorge di aver fatto fuori un innocente. Ed è lo stesso sicario che, in altre circostanze, inneggia invece al garantismo: nel Giornale di oggi, tanto per citare l’ultimo caso, c’è tutto un dossier dettagliato per smontare le dichiarazioni del pentito Spatuzza, sottolineandone i lapsus, gli errori e le omissioni. E si tratta, in questo caso, di atti processuali, non di una nota anonima. Ma diverso è il bersaglio, evidentemente, e dunque diversi sono pesi e misure. Leggo su Avvenire di oggi una risposta fin troppo diplomatica e pacata: in un passaggio il nuovo direttore, Marco Tarquinio, arriva addirittura a riconoscere a Feltri una certa dose di fegato, per aver saputo ammettere il proprio errore. No, caro direttore: il caso non è chiuso per niente, e non lo sarà fino a quando Feltri resterà dov’è. Se Il Giornale avesse bisogno di un sostituto, tra l’altro, c’è un ottimo direttore a spasso da tre mesi per colpa di un sicario un po’ distratto.

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Colpo di scena

Novembre 28, 2009 · 15 Commenti

Vi aggiorno sulla cittadinanza, perché ci sono delle novità importanti, e comincio dalla fine: subito dopo la Finanziaria, la legge arriva in Aula alla Camera. Il che significherà, probabilmente, iniziare la discussione poco prima di Natale e cominciare le votazioni degli emendamenti a gennaio. Su quale testo ancora non si sa, perché nel comitato ristretto della I Commissione i lavori non sono ancora finiti e forse neppure finiranno in tempo: se così fosse, se ne discuterà direttamente in Aula e per me sarebbe anche meglio, visto che – non essendo membro della Commissione Affari Costituzionali – non posso partecipare ai lavori del comitato ristretto. Mentre mi ero ormai rassegnato allo slittamento post-Regionali, Dario Franceschini si è impuntato durante la conferenza dei capigruppo ed ha chiesto che il provvedimento venisse calendarizzato subito; a quel punto, Pdl e Lega hanno tentato di opporsi, dicendo appunto che la Commissione non aveva ancora concluso i lavori, ma Dario ha insistito sul diritto di chiedere la calendarizzazione nella quota riservata alla minoranza e si è rivolto al presidente della Camera. Ce lo vedete Fini che, dopo tutto il casino armato in questi mesi sulla cittadinanza, si prende addirittura la responsabilità di non farla arrivare in Aula, quando l’opposizione lo ha chiesto? No, non ce lo vedete: infatti, Fini ha acconsentito, spiegando che il presidente della Camera non ha il potere di interferire nelle scelte della minoranza rispetto alle sue quote. Si comincia, insomma, e per me saranno settimane infinite: ho intenzione di seguire tutta la discussione generale, dal primo all’ultimo intervento, e di fare in modo che la strada lunga del dialogo vinca sulla scorciatoia degli arroccamenti. Per ora, le posizioni sono le seguenti. Pdl: non è un’urgenza, meglio rimandare, aspettiamo che la Commissione decida un testo comune, nel frattempo riuniamo il nostro comitato direttivo ma prima ancora facciamo esaminare i vari testi in esame dalla nostra Consulta interna per le riforme ed i problemi dello Stato. Lega: noi questa roba qui non la vogliamo, ma se il Pdl la fa passare prima delle Regionali siamo contenti lo stesso perché così ci ritroviamo un milione di voti in più (capite allora perché il Pdl temporeggia? spaccature interne e paura della Lega). Udc, Idv, Pd: pronti a votarla subito, con una serie di sfumature che vanno dalla richiesta dello ius soli secco fino all’apertura dell’Udc alla proposta del ministro Sacconi (per ora solo uno slogan, visto che non c’è niente di scritto) di introdurre la cittadinanza a punti. In tutto questo – e non lo dico perché l’ho proposta io – la Sarubbi-Granata, secondo me, resta un punto di mediazione piuttosto credibile: non so come andrà a finire con gli adulti, ma sono certo che la soluzione per i ragazzi delle seconde generazioni non potrà discostarsi troppo dalla nostra linea di ius soli temperato. Anche chi fa la faccia feroce, infatti, viene disarmato dall’innocenza dei bambini nati e cresciuti qui: tanto più che, dopo le parole di ieri del Papa sulle seconde generazioni, il Centrodestra non avrà più scuse da accampare, se non vuole perdere punti con la Chiesa. Per chi non lo avesse sentito, Benedetto XVI ha detto che “ai figli degli immigrati deve essere data la possibilità di frequentare la scuola e inserirsi nel mondo del lavoro”, ricordando la necessità di “un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale”. Il suo ministro per i Migranti, mons. Vegliò, si è spinto ancora più in là: “Quando un migrante è in Italia già da un po’ di tempo, ha un lavoro regolare, paga le tasse, ha figli che parlano italiano e vanno alla scuola italiana, qual è la difficoltà a dargli la cittadinanza?”. Già, qual è la difficoltà? Se lo faccia spiegare, se ci riesce, dai novelli baluardi dell’identità cristiana: quelli che a Brescia, domenica scorsa, distribuivano per strada il crocifisso.

P.S. Proprio sull’appello del Papa mi ha intervistato La discussione. Se vi interessa, ecco qui.

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Vecchio film

Novembre 27, 2009 · 15 Commenti

Ogni volta che si toccano i temi etici, si aprono guerre di religione. È così anche stavolta, con il dibattito sulla RU486, che vede protagonisti a colpi di slogan i cattolici del Pdl ed i laici del Pd: le due categorie rimaste invece sullo sfondo – i laici del Pdl ed i cattolici del Pd – sono paradossalmente le uniche a cercare spiegazioni meno grossolane, perché quando sei in minoranza nel tuo partito devi sempre precisare, argomentare, giustificare. Ed è una fatica enorme, perché – parlo del mio caso, quello del cattolico Pd – la base vorrebbe sentirti inneggiare alla libertà di autodeterminazione della donna, con buona pace dell’etica, mentre la Chiesa si aspetta una tua dichiarazione pubblica sui valori non negoziabili, con buona pace della politica. Per sgombrare il campo dagli equivoci, allora, dico subito come la penso: l’aborto è una sconfitta dell’uomo, non una vittoria della civiltà; la libertà di autodeterminazione c’entra a metà, perché in questo caso (cosa che non avviene con il testamento biologico, per esempio) c’è di mezzo anche la vita di un altro; la legge 194 è un compromesso necessario ma doloroso, che nell’Italia di oggi non può essere messo in discussione ma che, a mio parere, dovrebbe essere applicato interamente, a cominciare dai primi 6 articoli sulla prevenzione. Non solo, ma vado pure oltre: quando vedo durante una festa del Pd (e purtroppo mi è capitato) un banchetto che raccoglie firme per vendere la pillola del giorno dopo senza ricetta medica, onestamente mi chiedo se ho sbagliato festa io o se ha sbagliato ospite chi mi ha invitato. Ma torniamo alla RU486, che – pur non essendo un contraccettivo, sia chiaro – ha il merito di risparmiare alla donna l’intervento chirurgico: in queste ore si discute, tra un urlo e l’altro, se sia giusto o meno lo stop della Commissione Sanità del Senato all’immissione in commercio della RU486, perché l’Aifa non avrebbe verificato la compatibilità della pillola con la 194. Uno, in particolare, sarebbe il punto controverso: nella normativa vigente, l’interruzione della gravidanza deve avvenire all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, mentre con la RU486 – sostiene la maggioranza – c’è il rischio che ciò non avvenga, perché una donna potrebbe facilmente prendere la pillola in ospedale ma poi, dopo aver firmato il modulo di dimissioni volontarie, se ne andrebbe ad abortire a casa propria, con tutti i rischi del caso. Il governo vuole dunque una nuova delibera dell’Aifa, perché vengano messi i puntini sulle i. Da un punto di vista etico, lo scrupolo mi appare condivisibile; da un punto di vista politico, invece, non posso fare a meno di denunciarne la strumentalità. Perché l’Aifa, in effetti, prevede già il ricovero “dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica della completa espulsione del prodotto del concepimento” (scusate, ma questa ultima espressione mi fa davvero ribrezzo): basterebbe dunque vigilare sul rispetto di questa delibera e la compatibilità con la 194 sarebbe garantita. Tutto il resto è cinema, da una parte e dall’altra, e la sceneggiatura è ormai vecchia di trent’anni.

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Fuori dal cassetto

Novembre 23, 2009 · 6 Commenti

In un’intervista concessa stamattina, che sta passando alla cronaca per la proposta di abolire la buvette, il ministro Gianfranco Rotondi ha espresso in realtà una considerazione molto seria, su un tema che con la pausa pranzo ha poco a che vedere: secondo lui, la mancanza di tutele per i conviventi è colpa del Centrosinistra, che non vuole calendarizzare la proposta di legge 1756 (Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi, da cui la sigla Didoré), presentata più di un anno fa e non ancora discussa nella Commissione competente (Affari Sociali). I Didoré, lo riassumo per i meno addentro, sono una specie di versione light dei Dico: il testo ribadisce che la famiglia riconosciuta dallo Stato è quella fondata sul matrimonio (e che quindi sono legate al matrimonio “le agevolazioni e le provvidenze di natura economica e sociale previste dalle disposizioni vigenti che comportano oneri a carico della finanza pubblica”), ma poi prevede una serie di norme che, oggettivamente, vanno a riempire qualche buco nella legislazione attuale e che rappresentano comunque un passo avanti rispetto al nulla esistente. Alcuni esempi: assistenza sanitaria, subentro nel contratto di locazione, alimenti. È un provvedimento che – cito la relazione introduttiva – “non comporta oneri per la finanza pubblica e non abbisogna pertanto di copertura finanziaria”: nonostante il blocco di Tremonti, insomma, potrebbe essere discusso alla Camera anche subito ed approvato nel giro di qualche settimana. Eppure, dicevo prima, è lì fermo da più di un anno: sebbene abbia i voti per farlo approvare, infatti, il Centrodestra non lo calendarizza, forse perché su temi così delicati si rischia di scivolare oppure per qualche altro motivo che non mi riesce proprio di comprendere. Per Rotondi, però, la colpa è nostra, perché – nonostante sia una legge sottoscritta solo da deputati del Pdl – avremmo potuto chiederne noi la calendarizzazione: se non lo abbiamo fatto, è perché riteniamo i Didoré troppo blandi. Le motivazioni addotte dal ministro (che della norma è l’ispiratore, pur non avendola firmata per motivi di opportunità) sono palesemente strumentali, perché è naturale che (avendo una piccola quota del calendario a disposizione) l’opposizione si concentri sulle proprie proposte e non su quelle altrui, così come sarebbe naturale un dibattito sul tema delle coppie di fatto all’interno della maggioranza; eppure, la questione sollevata oggi da Rotondi è di enorme importanza, perché pone un problema di strategia politica che il Pd prima o poi deve risolvere. Nella scorsa legislatura il governo Prodi voleva i Dico, ma non riuscì a farli passare perché all’interno della coalizione c’erano delle divisioni nel merito: secondo alcuni (pochi) dei nostri, infatti, i Dico erano troppo. Ora, sui Didoré si rischia di fare l’errore contrario, perché quella proposta di legge è troppo poco. Ed i conviventi, nel frattempo, continuano ad aspettare dal legislatore un minimo segno di civiltà. Secondo me – che non sono il segretario del Pd, né il capogruppo alla Camera, né il capo di alcun dipartimento e neppure un membro della direzione, ma un semplice parlamentare di buona volontà – dovremmo accettare la sfida e portarli a discutere su un terreno comune, come sto cercando di fare io con la cittadinanza agli immigrati: se loro non hanno la forza politica per tirare questo tema fuori dal cassetto, facciamolo noi! E poi, una volta portata la legge in Aula, combattiamo una battaglia a colpi di emendamenti: forse la perderemo, perché i numeri sono quelli che sono, ma in ogni caso – se anche venisse approvato il testo così come è ora – ci ritroveremo (leggi: le coppie di conviventi si ritroveranno) con un poco che è meglio di un nulla. L’alternativa, naturalmente, è molto più semplice: non muovere un dito fino a quando non lo muoveranno loro, sperare che i Didoré non arrivino mai in Aula e, se ciò dovesse per sbaglio accadere, votare contro o al massimo astenerci, perché non era quello che avremmo voluto noi. Ma ne vale la pena?

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La disfida dei minareti

Novembre 22, 2009 · 10 Commenti

Su Avvenire di oggi c’è un reportage dalla Svizzera, dove domenica prossima si vota un referendum per vietare la costruzione di minareti. Da noi, lo ricordo, la Lega ha preparato una mozione per vietare la costruzione di nuove moschee: era stata calendarizzata a maggio, sotto le Europee, poi è slittata, e temo che si riaffaccerà sotto le Regionali, perché – come potete capire – l’impeto ideale che la muove è davvero altissimo. Ma torniamo alla Svizzera, dove le polemiche non sono molto diverse da quelle nostrane: “Da una parte – spiega la giornalista di Avvenire, Anna Fazioli – chi paventa il rischio di una società parallela dove regna la legge islamica, dall’altra i fautori della ricchezza e dei beneficî dell’integrazione. (…) Il tutto mentre numerosi giuristi hanno fatto presente che, se anche al referendum vincesse il , la norma vieta-minareti quasi certamente non potrebbe entrare in vigore, poiché in conflitto con la Convenzione dei diritti umani del Consiglio d’Europa”. Giuristi contrari, dunque, e con loro anche il governo. Non nel nome del buonismo, ma del realismo: innanzitutto, perché una vittoria del potrebbe fomentare gli estremismi; inoltre, perché – come ha dichiarato il ministro per la Giustizia e la Polizia – non serve a niente prendersela con tutti, ma basta espellere gli imam potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico; infine, perché il Paese neutrale per definizione ha paura di compromettere i buoni rapporti, anche commerciali, con varie Nazioni a maggioranza musulmana. E le altre religioni? Contrarie pure loro: il Consiglio svizzero delle religioni ha detto all’unanimità che bisogna votare no perché “la pluralità culturale è una caratteristica dell’identità elvetica, che rende forte il Paese”. Quello che mi pare ancora più interessante, pensando anche alla situazione di casa nostra, è il giudizio espresso dal vescovo di Lugano, il varesotto Pier Giacomo Grampa, che è pure responsabile della Conferenza episcopale svizzera per i rapporti con l’islam e che - pur non essendo certamente un falco - non è noto negli ambienti ecclesiali come un’alabarda del progressismo. Vi riporto qui sotto buona parte dell’intervista: a voi, come al solito, l’onere dei commenti.

«I vescovi ritengono che quella del divieto sia una strada sbagliata innanzitutto perché non affronta i veri problemi posti dall’integrazione degli islamici nel nostro contesto sociale e culturale. Non mi risulta infatti che nel nostro Paese vi sia la corsa a costruire minareti. C’è poi un problema di discriminazione: qui si vuole ritoccare la Costituzione svizzera, ma essa deve contenere diritti e doveri fondamentali validi per tutti i cittadini e non proibizioni discriminanti per qualcuno».
Dunque per lei non occorre nessun tipo di regolamento per i minareti?
«Per disciplinare la costruzione di luoghi di culto è sufficiente la legislazione ordinaria, che regola un’urbanizzazione intelligente, di coerenza col paesaggio, di rispetto dell’ordine pubblico, di proporzionalità verso le nuove presenze e di armonia sociale».
Se non sono i minareti, quali sono i veri problemi d’integrazione dell’islam?
«Ai minareti si vuole attribuire una valenza di occupazione del territorio che non hanno. La questione centrale, invece, è ciò che si predica nelle moschee e che si insegna nelle scuole coraniche. Occorre capire se in quei discorsi si propone o meno l’accettazione dei nostri principi democratici di libertà, uguaglianza e distinzione tra leggi religiose e civili. Non è con la paura, né sventolando il panorama di una Svizzera riempita di minareti, che è un falso evidente, che si risolvono i problemi, ma con il dialogo, la difesa convinta della nostra civiltà e il rispetto dei nostri ordinamenti. Ordinamenti, tra l’altro, che in passato discriminavano ingiustamente gli stessi cattolici, in particolare quelli del Canton Ticino…».
A cosa si riferisce?
«I cristiani non dovrebbero mai dimenticare uno dei principi fondamentali del Vangelo: ‘Non fate agli altri quello che non volete che gli altri facciano a voi’. I cattolici ticinesi forse si sono dimenticati di quei tre articoli che una volta erano inseriti nella Costituzione svizzera e che li riguardavano direttamente. Ai ticinesi si proibiva di istituire nuove diocesi, di costruire nuovi conventi, di accogliere i gesuiti. Oggi quei tre articoli non ci sono più: perché percorrere una strada che la storia ha già giudicato inopportuna e superata?»

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