Andrea Sarubbi

Voci categorizzate come ‘casta’

La fiducia smarrita

Novembre 5, 2009 · 11 Commenti

Oggi parto da un fatto stupido, sperando che il resto della riflessione lo sia meno. Il fatto stupido è che ieri, dopo ore di travaglio e nonostante la febbre, ho montato un letto dell’Ikea: appena l’ho scritto su Facebook, sottolineando con orgoglio di aver perso solo 6 viti, ho cominciato a ricevere commenti di ammirazione e di meraviglia. Non per le 6 viti perse, naturalmente, ma per il fatto che un deputato montasse i letti dell’Ikea: un po’ perché andare all’Ikea è roba da comuni mortali, non da parlamentari della Repubblica; un po’ perché in giro c’è la convinzione (espressa proprio in uno dei commenti che ho ricevuto) che, se proprio gli scappa di andare all’Ikea, il parlamentare deve preoccuparsi solo di ordinare ciò che gli piace, perché poi ci penserà il suo staff (personale? della Camera?) a montargli i mobili. Sono naturalmente reazioni istintive, non analisi profonde, ma dietro c’è la percezione di casta che continua ad accompagnarci: il deputato è uno che vive in un mondo suo, fatto di auto blu, di feste, di droga e di trasgressioni sessuali varie. I mobili non li compra, ma li riceve in regalo, e glieli montano pure. Al ristorante va sempre a scrocco, così come al cinema ed a teatro, e se i suoi figli vogliono vedere lo spettacolo di Winnie the Pooh al Palasport non c’è problema: paga la Camera. L’autobus è un mezzo di trasporto a lui sconosciuto, e così il motorino, perché sotto casa c’è l’auto blu (con chauffeur, s’intende) che – all’occasione – serve anche per la spesa al mercato o le feste dei bambini. Se la sensazione diffusa è davvero questa, e purtroppo lo è, risulta evidente che il rapporto di fiducia con i cittadini è ormai compromesso e - complici alcuni comportamenti indifendibili di una parte della classe politica, lo ammetto - verso la casta si è praticamente invertito l’onere della prova. In quanto politico, cioè, sei drogato, ladrone, traditore della moglie, ipocrita, approfittatore eccetera eccetera: sta a te, eventualmente, dimostrare il contrario. La storia dei test antidroga che saremo chiamati a fare da lunedì è la prova evidente di questa deriva: sta ai deputati, sottoponendosi al controllo delle urine ed eventualmente all’esame del capello (che all’assicurazione sanitaria della Camera costerà pure qualcosa in più, visto che si effettua presso laboratori privati), dimostrare di non essere dei tossicodipendenti. Non è obbligatorio, ma se ti rifiuti di farlo il tuo nome verrà dato in pasto ai giornali e dunque passerai per drogato anche se non lo sei. L’Italia dei valori – non avevo dubbi – ha già detto che i suoi parlamentari andranno tutti in massa, nessuno escluso, perché i cittadini pretendono chiarezza eccetera eccetera. Il mio amico Sandro Gozi, che credo non fumi neppure le sigarette al mentolo, ha invece dichiarato di non voler fare il test, perché gli pare una passerella populista. In realtà, credo che Sandro abbia ragione: di fronte ad un’opinione pubblica così agguerrita, il passo dopo il test sarebbe l’ispezione corporale con guanto da chirurgo. Non so neppure cosa farò io, perché mi pare una cosa ridicola ma temo che poi qualcuno mi rinfacci di non averlo fatto, vedendoci dietro chissà quale mistero. Mentre ci penso un attimo, rimane il problema più grande di tutti: che non è quello di dimostrare la propria negatività alla cocaina, ma quello di riconquistare la fiducia delle persone, fino al giorno in cui nessuno si meraviglierà più se un parlamentare della Repubblica arreda la casa con i mobili dell’Ikea e prova pure a montarseli da solo.

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Vacanza forzata

Ottobre 30, 2009 · 5 Commenti

Capisco che è difficile spiegarlo, ma alla Camera siamo in vacanza forzata. Dico vacanza perché mi piacciono i paradossi, sia chiaro: in realtà, per citare il mio caso, ieri ero in commissione ed oggi vado a Brescia, la prossima settimana sarò nuovamente in commissione e poi a Napoli, più naturalmente tutti gli incontri politici a Roma, il blog, facebook e robe varie. Credo che la maggior parte dei miei colleghi sia impegnata quanto me – e pure questo è difficile spiegarlo, perché agli occhi dell’opinione pubblica i parlamentari sono una massa di nullafacenti – ma il problema è un altro: il problema è che, per colpa del governo, i lavori dell’Aula sono bloccati e non voteremo più nulla fino a martedì 10 novembre. Il potere legislativo della Camera – che pure qualcosina da fare ce l’avrebbe, viste le migliaia di progetti di legge ancora pendenti nelle Commissioni di merito – è stato infatti annichilito da un diktat di Tremonti, che ha chiesto alla maggioranza di bloccare tutto ciò che comporti anche un solo euro di spesa. I soldi sono pochi, dice il ministro dell’Economia, e devo essere io a decidere la loro destinazione: non vi mettete in testa di togliermeli dalle tasche con le coperture finanziarie di questa o quella legge, perché non vi darò un centesimo. Le leggi a costo zero, però, sono pochissime, e nelle ultime settimane ci siamo trovati in Aula roba tipo l’istituzione della Giornata per le vittime di Nassiriya, il rinvio delle elezioni amministrative per la provincia dell’Aquila, le ratifiche di convenzioni internazionali, più qualche altro provvedimento che non rientra nei nostri compiti legislativi veri e propri: le autorizzazioni a procedere, ad esempio, oppure le mozioni, che in effetti stanno tenendo vivo il dibattito politico in un Parlamento asfittico. Nelle Commissioni, insomma, le proposte arrivano e, nella stragrande maggioranza dei casi, si insabbiano: vuoi per la linea tremontiana delle leggi a costo zero, vuoi per i dissidi politici che – una volta in Aula - potrebbero emergere all’interno del Centrodestra su determinati provvedimenti. Non è un caso che, nella conferenza dei capigruppo di ieri, sia stata rimandata di un mese la calendarizzazione della legge sulla cittadinanza, inizialmente rischiesta dalle opposizioni per novembre: il comitato ristretto sta andando avanti molto lentamente, perché la Lega sa che sotto elezioni non se ne farà nulla, e lo stesso sembra accadere per il testamento biologico. L’Aula di Montecitorio, insomma, lavora solo quando il governo la fa lavorare (mandandole i decreti da convertire): basta una lite interna con Tremonti, o magari anche una scarlattina al presidente del Consiglio, per farci chiudere baracca. Chi pensava di essere ancora in una Repubblica parlamentare, come ci avevano insegnato a scuola, rifletta.

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Qualche paletto

Ottobre 29, 2009 · 17 Commenti

Le ripercussioni politiche, ve lo giuro, mi lasciano quasi indifferente: si troverà un nome alternativo a Piero Marrazzo, possibilmente credibile e gradito all’elettorato, e si cercherà di tenere il Lazio, pregando che il Centrodestra sbagli candidato. Neppure con il governatore uscente avremmo avuto certezze di farcela: il danno politico della vicenda è, dunque, abbastanza relativo. Ma c’è un danno più profondo, inferto alla politica nel suo insieme, che invece mi appare incommensurabile: perché in un colpo solo (questa storia parla infatti di auto blu, droga, prostituzione, ricatti e corruzione) si dà fiato a tutto quel sentimento anticasta che ci vogliono anni per spegnere e basta un secondo per riaccendere. Poi hai voglia di prendertela con le Iene, se vengono a farti un tampone davanti a Montecitorio: è chiaro che ti senti umiliato, pure se non hai nulla da nascondere, ma la situazione è così indifendibile che alla fine ti viene la tentazione – come propone La Russa, non senza demagogia – di sottoporti all’esame del capello per far vedere che il Parlamento non è un covo di tossici. Per quanto riguarda il sesso, d’altra parte, la situazione è ancora più compromessa: dal caso Mele in poi, siamo passati per le frequentazioni del premier ed ora siamo arrivati a quelle di Marrazzo. Ogni volta, c’era un pezzo della vita privata che sconfinava in quella pubblica: per il deputato Udc, il contrasto insostenibile fra la sua vita notturna e le sue iniziative parlamentari; per il presidente del Consiglio, l’influenza di quelle feste sulla compilazione delle liste elettorali e le bugie dette pubblicamente sul caso Noemi; per il governatore del Lazio, la sua ricattabilità. Non so se sia una coincidenza, ma in nessuno di questi tre casi è stato possibile separare con l’accetta la vita privata di un politico dalla sua dimensione pubblica. Né lo sarebbe se si venisse a sapere, fra qualche giorno, che magari il famoso Chiappe d’oro, l’ex ministro che condivideva con Marrazzo la passione per le trans di via Gradoli, è in Parlamento un baluardo dell’identità cristiana, o se qualche conducente di auto blu parlasse delle mattine passate in macchina ad aspettare un altro ex ministro, cliente fisso – anche durante l’orario di servizio – di un noto locale gay specializzato negli afterhours. Non è questione di destra o di sinistra, ma di ruolo che si ricopre: se fai la ballerina, o la modella, o il pugile, o l’attore, ogni volta che ti siedi a tavola devi pensare ad una serie di cose (calorie, grassi, proteine) che il resto del mondo può tranquillamente ignorare, mentre tu sei costretto a fare i conti con la tua forma fisica o con il tuo aspetto estetico. Se fai il politico, invece, devi saper discernere quanto un comportamento privato possa far perdere credibilità al tuo impegno pubblico, e – visto che, per dirla alla Bersani, non te l’ha ordinato il dottore – devi essere in grado di mettere qualche paletto. In compenso, puoi abbuffarti tranquillamente di Nutella.

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O almeno così credeva

Ottobre 8, 2009 · 13 Commenti

Parto da lontano, se lontano si può definire un dibattito a Montecitorio di 15 mesi fa. Era il 10 luglio 2008 ed arrivò in Aula il lodo Alfano: fu il punto più basso dei rapporti tra noi e Gianfranco Fini, colpevole di aver violentato il regolamento della Camera per far approvare quel ddl in meno di 48 ore. Tentammo l’ostruzionismo, ma Fini ci bloccò pure quello. Nel dibattito sulle pregiudiziali, il nostro Gianclaudio Bressa spiegò che il provvedimento era incostituzionale per un motivo molto chiaro: perché il “sereno svolgimento delle funzioni” delle prime quattro cariche dello Stato non può essere considerato, in sé, un bene costituzionale.

GIANCLAUDIO BRESSA. Il sereno svolgimento delle funzioni, anche se ritenuto apprezzabile, riguarda un interesse molto volatile, se pensiamo che gli accidenti in grado di vulnerare la serenità sono talmente tanti e così eterogenei che, come sottolineava autorevole dottrina, solo un anacoretico isolamento potrebbe mettere a riparo, forse, da fattori di inquietudine. (…) Quindi, è irragionevole bilanciare la serenità dell’assolvimento di un alto dovere istituzionale con il principio della parità del trattamento rispetto alla giurisdizione, che si afferma alle origini dello Stato di diritto. (…) Non si rinuncia al diritto all’uguaglianza e al diritto alla tutela giurisdizionale per assicurare un privilegio, con il pretesto che temporaneamente si ricopre una carica che non ammette turbamenti. Era lo Statuto albertino che prevedeva che la persona del Re fosse sacra ed inviolabile, sulla base del brocardo che il Re non può far male. Tale affermazione è espressiva non tanto di una mentalità autocratica, quanto piuttosto di una mentalità cortigiana ed elogiativa. Colleghi della maggioranza, forse fareste bene a riflettere su questo fatto: vi stanno trattando come dei cortigiani, e non come dei parlamentari.

Si andò al voto sulle pregiudiziali: Pd e Idv favorevoli, Pdl e Lega contrari, Udc astenuta. Parentesi sull’astensione dell’Udc: il lodo Alfano – disse in sostanza il capogruppo, Michele Vietti - supera molte censure costituzionali addebitate dalla Consulta al lodo Schifani, ma forse non le supera tutte; ci sono interpretazioni contrastanti, dunque ci asteniamo. Chiusa parentesi. Risultato del voto: 230 sì, 296 no, 27 astenuti, la Camera respinge. Poi iniziò la discussione sul complesso degli emendamenti ed intervenne Massimo D’Alema, parlando di una soluzione “confusa e pasticciata”, di un provvedimento “rozzo e frettoloso” che commetteva un errore giuridico ed uno politico: il primo, nel considerare organi costituzionali il presidente del Consiglio e quelli delle Camere; il secondo, nel bloccare sul nascere ogni possibile riforma condivisa.

MASSIMO D’ALEMA. Mi chiedo se davvero faccia l’interesse dell’onorevole Berlusconi, innanzitutto come Capo di Governo, che si espone indubbiamente al dibattito umiliante di questi giorni e si espone anche sulla scena internazionale come un Capo di Governo che violenta la sua maggioranza, cambia i calendari delle Camere per imporre un provvedimento rozzo e frettoloso di questo tipo e che, alla fine, otterrebbe al massimo il beneficio di una sospensione, che lo porrebbe nella condizione di un Capo di Governo in attesa di giudizio per corruzione, per alcuni anni (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori), condizione che, a mio giudizio, è gravemente dannosa per l’immagine del nostro Paese sulla scena internazionale. Non so se sia conveniente per Berlusconi e mi sentirei di dare un consiglio, che almeno nelle intenzioni è certamente amichevole: rinunciare, affrontare il giudizio per accuse che egli ha sempre respinto, a testa alta, e lasciare che il Parlamento affronti con equilibrio e con strumenti idonei le questioni di fondo a cui si allude, in quel clima di confronto sulle riforme, che era stato auspicato anche da noi e che subito è stato compromesso da scelte frettolose e arbitrarie.

Poi – sempre nella stessa giornata, perché quel giorno la Camera dei deputati non aveva fretta: non c’erano aerei da prendere per tornare in Padania, né pratiche da sbrigare nei propri studi privati per i notai e gli avvocati del Pdl paracadutati in Parlamento – si passò alla votazione degli emendamenti. Il nostro capogruppo, Antonello Soro, mantenne come sempre un profilo equilibrato: da un lato, rinnovando la disponibilità del Pd a discutere di riforme, anche di quelle che riguardano il rapporto tra i poteri dello Stato, e dall’altro, spiegando che il lodo Alfano aveva almeno tre difetti: non era una legge costituzionale (e la Corte ieri ci ha dato ragione, perché il regime delle immunità va disciplinato dalla Costituzione), metteva insieme funzioni diverse (e solo quella di presidente della Repubblica, tra queste, è costituzionale) ed infine andava a sospendere reati che non avevano nulla a che vedere con l’esercizio di queste funzioni. Parlò poi Piero Fassino:

PIERO FASSINO. State operando uno strappo che non consentirà o renderà più difficile di affrontare i problemi che qui stiamo evocando. Penso che sia tempo – anche per l’esperienza che ho maturato personalmente come Ministro della giustizia – di affrontare temi e nodi che da lungo tempo non sono risolti e penso che questo Paese abbia bisogno di ritrovare un’autonomia fra giustizia e politica che farà bene, quando la ritroveremo, sia alla giustizia sia alla politica e che invece qualsiasi commistione impropria tra queste due sfere faccia male ad entrambe queste due dimensioni dell’agire politico-istituzionale. Ma se vogliamo affrontare tali temi dobbiamo farlo sulla base di un’impostazione che sia scevra da qualsiasi convenienza e interesse personale e voi, invece, avete rovesciato esattamente tale impostazione e ci proponete di tutta fretta un provvedimento sbagliato, finalizzato soltanto a garantire l’impunità di una persona e che non ci consentirà o renderà molto più difficile affrontare quei problemi che invece è tempo di affrontare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). 

Vi risparmio altri dettagli (tra cui lo show di Franco Barbato, che chiedeva di estendere il lodo Alfano pure a Landolfi, accusato da tre pentiti di essere stato eletto con i voti della camorra) e passo all’intervento di Marina Sereni, tra i migliori della giornata:

MARINA SERENI. Sapete anche voi che questa legge non è affatto tra le priorità del Paese. Vi auguriamo – soprattutto ai colleghi della Lega che spesso si vantano di avere un elettorato popolare – di saper spiegare perché a luglio, mentre tante famiglie non arrivano alla fine del mese, avete ritenuto che il «lodo Alfano» fosse più importante di ogni altra cosa (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). (…) Le esigenze del Paese sono altre e lo sapete anche voi. Tra queste crediamo che vi sia anche la necessità di una seria e ponderata riforma dell’organizzazione della giustizia. La lentezza del nostro sistema, i tempi lunghi e le inefficienze, in particolare della giustizia civile, sono certamente un punto di arretratezza del sistema Italia, un elemento che influisce sul grado di competitività e modernizzazione del nostro Paese. Se ci aveste chiamati a discutere di questo, avreste trovato nel Partito Democratico un interlocutore attento e pronto. I problemi della giustizia non sono i problemi di Berlusconi con la giustizia.

 Arrivammo alle dichiarazioni di voto finali e per noi – qui sì che mi sembra passato un secolo – parlò Walter Veltroni.

WALTER VELTRONI. Poteva essere – dico poteva, perché questo è lo stato delle cose – una legislatura che, consapevole della difficoltà del Paese, definiva e fissava delle regole nuove. Cito una frase del discorso che ha fatto il Presidente Berlusconi in quest’Aula: «Dovranno essere non più risse, ma scelte e decisioni ferme, che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del Paese». (…) Il Paese è tornato al passato, come una maledizione; giustamente, l’onorevole Lupi oggi ha detto che sembra il 2001, ma può sembrare il 2004 o il 1998. Sembra esattamente ciò che questo Parlamento e questo Paese conosce da quindici anni: un Paese bloccato da una coazione a ripetere e dall’impossibilità di trovare e scegliere il futuro. (…) È per questo che vogliamo – e confermo che questa è la nostra vocazione, vorrei dire che questa è persino la nostra stessa ragione di esistenza – portare l’Italia fuori da tutto questo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Il voto andò come prevedibile (309 sì, 236 no, 30 astenuti, la Camera approva) e nel giro di due giorni (il primo di discussione generale, il secondo di votazioni) il lodo Alfano, piombato in Aula all’improvviso, aveva già tolto il disturbo. Il presidente del Consiglio aveva dimostrato all’Italia che il consenso popolare è più forte di tutto, anche della giustizia. O almeno così credeva.

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La battaglia del garante

Ottobre 7, 2009 · 1 Commento

La prima avvisaglia si era avuta ieri sera, quando all’ultimo voto li avevamo mandati sotto: 250 a 249, nonostante la presenza di una ventina tra ministri e sottosegretari. Dall’inizio della legislatura li avevamo battuti altre 25 volte, ma non sempre su temi importanti; stavolta, invece, si trattava di un voto cruciale per il senso del provvedimento, che infatti ne è uscito ribaltato. Parlavamo della legge sull’istituzione di un garante per l’infanzia, che il ministro Carfagna vorrebbe vedere approvata il prima possibile per poter fare bella figura nella Conferenza nazionale in programma a novembre. Pare che abbiano già deciso chi sarà il garante (una donna piuttosto nota al pubblico televisivo) e che abbiano già concordato lo stipendio (200 mila euro l’anno): mancava solo che il Parlamento approvasse la leggina stabilita, dalla quale il garante sarebbe uscito come una figura totalmente dipendente dal governo, senza una propria autonomia, in contrasto con tutte le norme internazionali in materia. Con l’emendamento di ieri sera, invece, è cambiata la prospettiva: la sua approvazione dà al garante poteri effettivi, tra cui quelli sanzionatori, e lo slega dal cappio che il ministero per le Pari opportunità gli aveva stretto al collo. Erano le 20 circa, per cui la maggioranza – in stato confusionale – ha chiesto ed ottenuto la sospensione della seduta: un po’ perché, a questo punto, l’intero provvedimento andava comunque ripensato, e molto perché, con una novantina di assenti, temevano di essere battuti pure sul resto. Stamattina ci siamo ritrovati al voto, subito dopo l’informativa di Bertolaso sull’alluvione di Messina, e sembrava che il vento fosse cambiato: sui primi emendamenti, infatti, viaggiavano con una decina di voti di vantaggio e respingevano tutto, anche a scapito della coerenza della legge. Tanto è vero che, ad un certo punto, Alessandra Mussolini è intervenuta per chiedere alla sua parte politica un minimo di attenzione ai contenuti di quello che si votava: dopo l’emendamento di ieri sera, infatti, alcuni pareri andavano ripensati. A fine mattinata, un’altra nostra vittoria, per 7 voti: stavolta su una cosa banale (il rinvio al pomeriggio dell’esame del provvedimento), ma abbastanza importante per far tornare il testo nelle Commissioni competenti. Alla ripresa dei lavori, la Bilancio aveva cambiato atteggiamento: non più parere contrario a priori a tutti i nostri emendamenti, ma (come aveva giustamente chiesto la Mussolini) via libera a quelli resi indispensabili dall’ampliamento delle funzioni del garante. Cosa ancora più importante, la maggioranza si era resa ormai conto di non avere i numeri in Aula ed ha preferito non rischiare: anziché ingaggiare una lotta all’arma bianca su ogni singolo emendamento, lasciandoci la possibilità di farne passare parecchi, hanno ritenuto più saggio rimandare il testo in Affari Costituzionali e tentare lì di aggiustarlo alla meno peggio, per poi riportarlo in Aula la settimana prossima. Ora, le ipotesi sono due. La prima è che il Centrodestra venga compatto in Aula la settimana prossima, ci bocci tutte le nostre richieste, corregga l’emendamento di ieri sera in Senato e poi lo riporti qui; la seconda è che prevalga la linea morbida, e non lo escludo, dettata sia dalla voglia di finire tutto entro la Conferenza dei garanti, sia dalla paura di rimediare un’altra figuraccia.

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