Voci categorizzate come ‘animali’

Alla Camera si è scatenato un putiferio, stamattina, sulla coda dei cani. Il che può far ridere alcuni – o peggio, può scandalizzarli: “Con tutti i problemi che ci sono in Italia, pensate alle code dei cani?” – ma in realtà a me non fa ridere per nulla, né credo che una riflessione seria sul rapporto con gli animali sia poco importante per un Paese che voglia dirsi civile. Ecco perché, quando è arrivata in Aula la ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, mi è venuta in mente una frase del Mahatma Gandhi: “La grandezza di una nazione ed il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi animali”. Come già avevamo sperimentato sul tema della caccia, quando si parla di animali non c’è destra né sinistra: dal Pd al Pdl, in ogni partito convivono idee difficilmente conciliabili tra loro. La stessa Lega, che prende voti in un bacino elettorale ad alta densità di cacciatori, ha al proprio interno il sottosegretario Francesca Martini, che in questo anno e mezzo di legislatura è diventata un’icona dell’animalismo. E proprio nella Lega è nato lo scontro di stamattina: tra la Martini, appunto, ed il suo collega di partito Stefani, che ha cercato di bloccare il divieto di tagliare le code dei cani. Potrei dire anche le code dei gatti, ma quelle non interessano a nessuno, mentre non è raro assistere a tagli di orecchie e di artigli. Il testo prevedeva che si potesse intervenire chirurgicamente sugli animali solo per motivi terapeutici, certificati da un veterinario; l’emendamento toglieva la dicitura “per motivi terapeutici” e la sostituiva con l’espressione “nell’interesse dell’animale”. In sostanza, è nell’interesse di un bracco avere la coda tagliata, perché altrimenti quando lo porti a caccia rischia di restare impigliato nei rovi. E su questo punto si è sviluppata una discussione molto accesa, nella quale sono intervenuto anch’io:
ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, approfitto della possibilità che mi è data di parlare per aiutare a riflettere su un paio di punti. Il primo è in riferimento a quanto detto dall’onorevole De Angelis poco fa: egli diceva che chi si oppone al taglio della coda poi alla fine si oppone anche alla sterilizzazione degli animali. Evidentemente l’onorevole De Angelis non è molto addentro al mondo dell’animalismo, perché altrimenti saprebbe che, per esempio, la Lega antivivisezione è a favore delle campagne di sterilizzazione degli animali, ma è contraria a questo emendamento. Sono due cose essenzialmente diverse e sono contento di dirlo in presenza del sottosegretario Martini, che a questo tema sta dedicando molto tempo e lo sta facendo molto bene; la grande differenza sta nel concetto di benessere dell’animale, che a mio parere è un terreno molto scivoloso. Finché noi diciamo che un intervento chirurgico è possibile laddove ci sia un’esigenza terapeutica, allora andiamo sul sicuro, perché l’esigenza terapeutica è certificata da un medico veterinario e non stupisce il fatto che un medico veterinario come l’onorevole Mancuso sia contrario a questo emendamento. In questo caso dunque c’è chiarezza. Quando si dice, invece, che tutto può rientrare nel benessere dell’animale, allora si può dire tutto e il contrario di tutto: vincere un concorso di bellezza è benessere dell’animale o non lo è? Alcuni di voi direbbero di no, altri potrebbero dire di sì. Cacciare in maniera più efficace è benessere del bracco oppure no? Per me è benessere del cacciatore.
Vi chiedo quindi di ripensare questo concetto, perché mi sembra che piuttosto che parlare di benessere dell’animale qui stiamo parlando del benessere di due categorie, gli allevatori e i cacciatori, che hanno certamente diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento e nella nostra società, ma non sono gli unici. (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Alla fine, Stefani sarebbe stato disposto a ritirare il suo emendamento per far approvare un ordine del giorno di mediazione – che affidava la disciplina dei casi concreti ad un’ordinanza del governo - ma il dipietrista Cimadoro, cacciatore anche lui, ha annunciato che lo avrebbe fatto proprio, e così il ritiro non c’è stato. Si stava andando al muro contro muro (con spaccature all’interno di ogni partito), ma alla fine si è deciso di rimandare il tutto in Commissione per cercare un accordo. Robe di poco conto? Certamente meno importanti della fame nel mondo – un tema pressoché assente dal dibattito parlamentare – ma il benaltrismo (“I problemi sono ben altri”) non mi ha mai appassionato e mi auguro che non appassioni neanche voi.
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In un momento di antipolitica fervente come quello attuale, la notizia passerà magari come un’altra trovata della casta: gli onorevoli deputati non si accontentano di quello che passa il ristorante di Montecitorio e decidono di cambiare menù, poverini. In realtà, il pranzo vegetariano di oggi alla Camera (costato parecchi mesi di organizzazione e mediazione tra la Lav e gli uffici di Montecitorio) era un’iniziativa politica per lanciare la mia proposta di legge 1467 (“Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana”), firmata anche – ormai è una piacevole consuetudine, nella mia attività parlamentare – da diversi colleghi della maggioranza: per ora siamo in otto (quattro Pd e quattro Pdl), ma dopo il riso arrostito con porcini e zucca preparatoci dallo chef Pietro Leemann credo che il consenso aumenterà. Il provvedimento, che trovate qui, è un tentativo piuttosto light di rendere la vita più facile ai due milioni e mezzo di italiani che non mangiano carne né pesce (e se contiamo anche chi mangia solo pesce arriviamo al doppio), garantendo loro la possibilità di un piatto vegetariano nelle mense pubbliche o nei luoghi di ristoro convenzionati. Chi mangia carne potrà naturalmente continuare a farlo, ci mancherebbe, ma il problema oggi è esattamente quello contrario: il numero di vegetariani è in crescita continua, mentre l’offerta di pietanze compatibili con la loro scelta è molto bassa. Si può essere vegetariani per tre motivi diversi: etico, salutistico, ambientale. Vado per titoli: nel primo caso, decido di non mangiare carne e pesce perché ho la possibilità di nutrirmi senza uccidere nessun animale, e la preferisco; nel secondo, scelgo di essere vegetariano perché – ad esempio – l’eliminazione del consumo di carne diminuisce del 50% il rischio di infarto e del 45% quello di tumori del sangue; nel terzo, preferisco evitare la catena animale perché – come testimoniano gli studi economici più recenti – questa comporta uno spreco enorme di risorse idriche e di terre coltivabili. Ma non c’è bisogno di essere vegetariani per firmare la mia proposta di legge, ho scritto ai miei colleghi in una lettera accorata, in cui ho volutamente rinunciato alle citazioni colte (salvo quella famosa di Albert Einstein: “Niente porterà vantaggio alla salute umana ed aumenterà le possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”) ed ho cercato di convincerli con le buone: con un invito a pranzo, appunto, che ha contribuito a smontare diversi pregiudizi. Potrei citarvi Emerenzio Barbieri, collega reggiano del Pdl, cresciuto all’ombra dei prosciutti e del ragù: a 62 anni, ha mangiato vegetariano per la prima volta ed è rimasto colpito dalla qualità e dalla varietà dei piatti. Ma in generale, al di là di qualche sfottò dei carnivori più accaniti (Rosy Bindi in testa), l’esperimento è andato molto bene ed ha contribuito ad accendere i riflettori su una proposta di legge che, in altre legislature, è rimasta bloccata nei cassetti delle Commissioni e non è neppure riuscita ad arrivare in Aula. Non so se stavolta ce la faremo - gli agguati degli anti-animalisti sono sempre possibili, come ha mostrato la lobby della caccia in più di una occasione - ma le condizioni ci sarebbero: innanzitutto, c’è da votare un testo tutt’altro che talebano; inoltre, il tempo non ci manca, visto che nelle ultime settimane abbiamo chiuso i lavori direttamente il mercoledì. Ma di questo ultimo scandalo, vi annuncio, parleremo nei prossimi giorni.
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La legge comunitaria, arrivata in Aula questa settimana, sarebbe teoricamente un provvedimento più tecnico che politico: il Parlamento, in sostanza, recepisce le direttive dell’Unione europea e le trasforma in norme dello Stato italiano. Anziché fare una legge per ogni direttiva, si mettono periodicamente insieme vari argomenti e nasce la cosiddetta ”comunitaria”, che non si occupa di un tema specifico ma, appunto, ha la caratteristica di saltare di palo in frasca. Sopra un palo o dietro una frasca, però, non è raro che si nasconda un agguato, per ragioni che con l’Europa hanno poco a che vedere: se, per dire, il leghista Stucchi ha bisogno di 20 mila voti nel bergamasco, ecco qua che spunta fuori un emendamento anti-fringuelli. D’altra parte, i fringuelli non votano, a differenza dei cacciatori, e siccome nel bergamasco c’è la densità di cacciatori più alta d’Italia, l’operazione ha il suo perché. Nella comunitaria siamo arrivati a parlare della caccia agli uccelli perché l’Italia è attualmente sotto infrazione: non tuteliamo abbastanza i nidi e le migrazioni e l’Europa ci chiede da tempo di metterci in regola. La direttiva ci chiedeva, quindi, una disciplina più rigida, ma la Lega e parte del Pdl (che nel profondo nord segue la Lega come un’ombra, per paura di perdere voti) hanno cercato di approfittare della situazione per allargare addirittura le maglie: allungamento del periodo nazionale di caccia (che attualmente va dal 15 settembre al 31 gennaio), per poter sparare anche agli uccelli che passano sull’Italia in primavera ed in estate; depenalizzazione del bracconaggio, sanzioni più leggere per chi non rispetta le regole e così via. In sostanza, hanno cercato di riproporre i contenuti del famigerato ddl Orsi, che al Senato stiamo cercando di fermare già in Commissione, contando sul fatto che – in campagna elettorale – una spaccatura nella maggioranza non sarebbe convenuta a nessuno e che quindi le proteste di alcuni avrebbero ceduto alla ragion di Stato. Per fortuna, devo riconoscere ai miei colleghi animalisti del Centrodestra (Gianni Mancuso in testa) di non essersi fatti intimidire, ribadendo la disponibilità a votare con noi e contro la stessa maggioranza: il Pdl, a quel punto, ha deciso di lasciare libertà di voto e la lobby leghista della caccia, facendo due calcoli, ha capito che non ce l’avrebbe fatta più. Già ieri pomeriggio li avevamo invitati ad accantonare gli emendamenti, confidando nelle trattative notturne; oggi siamo riusciti ad ottenere lo stralcio, eliminando dalla legge comunitaria l’intero articolo 16 e rimandandone la trattazione ad un secondo momento, fuori dalla campagna elettorale. Uno stralcio costato comunque sangue alla maggioranza, perché ad un certo punto il relatore (il leghista Pini) ha cominciato a prendersela con noi, “ambientalisti da salotto”, e si è detto contrario; il vicecapogruppo del Pdl, Bocchino, gli ha chiesto di dimettersi dall’incarico; lui ha ribadito che il suo intervento era a titolo personale; si è andati al voto e, per fortuna, noi “ambientalisti da salotto” abbiamo vinto. Il bicchiere mezzo vuoto dice che non ci siamo adeguati neppure stavolta alle norme europee; quello mezzo pieno risponde che abbiamo schivato l’agguato. In realtà, l’estremismo venatorio non molla e credo seriamente che, da qui alla fine della legislatura, la legge attuale sulla caccia (legge 157 del 1992) verrà modificata. Non so dire se in meglio o in peggio, ma – se devo essere sincero – temo in peggio: il ddl Orsi, infatti, è ancora in Commissione ambiente del Senato, mentre la legge sul diritto di voto ai fringuelli non mi pare sia all’ordine del giorno.
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Posto che in democrazia comandano i numeri, e che noi i numeri non li abbiamo, è chiaro che in questa legislatura non decideremo mai nulla, né riusciremo a bloccare i provvedimenti che non ci piacciono. Ma possiamo dare fastidio, questo sì, e mettere la maggioranza in un angolo, come abbiamo fatto stamattina sulle quote latte. Dall’ultimo post sull’argomento non era successo nulla: avevamo soltanto rallentato i lavori parlamentari, intervenendo a lungo nella discussione sul complesso degli emendamenti per evitare che si iniziasse a votare. In sostanza, cercavamo di spingerci il più vicino possibile alla scadenza naturale del decreto (6 aprile), per tentare di farlo decadere. Una tattica del genere, è chiaro, riesce solo se hai di fronte un avversario incapace di intendere e di volere, perché nessuna maggioranza si riduce all’ultimo giorno utile prima di guardare il calendario: era impossibile, dunque, pensare che l’avremmo tirata avanti fino a venerdì, ed è forse per questo che il governo ci ha un po’ sottovalutato, ritrovandosi costretto a ritirare il decreto quando si è accorto che stamattina ci eravamo iscritti a parlare in un centinaio. Quando gli allevatori – arrivati oggi in piazza Montecitorio per protestare contro il provvedimento – hanno saputo del ritiro, hanno cominciato a cantare e ballare come se avessero effettivamente vinto la battaglia; in realtà, purtroppo, la nostra è solo una vittoria a metà, perché abbiamo sì costretto il governo a ritirare il decreto, sfruttando le poche armi che i regolamenti parlamentari ci mettono a disposizione, ma non possiamo vietare che Palazzo Chigi prenda un pezzo di questo provvedimento, lo infili dentro un altro che scade più avanti (il decreto anticrisi, ossia quello delle rottamazioni, che scade il 12 aprile) e ci metta sopra la fiducia. E così il governo ha fatto: il provvedimento sulle quote latte è formalmente defunto, ma in realtà nelle prossime ore (probabilmente domattina) il ministro Vito si presenterà in Aula con una nuova versione del decreto anticrisi che comprenderà, al suo interno, anche la parte “economica” del testo sulle quote latte. Sì, ma cosa ci sarà scritto? Quello che vuole la Lega o quello che preferirebbe una parte del Pdl, contraria a favorire i furbetti della mangiatoia? Lo stanno decidendo in queste ore: hanno un pomeriggio di tempo, ed eventualmente una notte, per trovare l’accordo, ma a questo punto dipende tutto dai loro equilibri interni. Viviana Beccalossi, capogruppo del Pdl in Commissione agricoltura, è d’accordo con noi e contro il ministro Zaia: in queste ore sta continuando ad insistere sulla necessità di non penalizzare gli allevatori che hanno operato nella legalità e, per convincere il suo partito a non cedere al ricatto leghista, sta cercando di far capire ai suoi colleghi che un provvedimento del genere farebbe perdere al Pdl parecchi voti in Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Tutte Regioni in cui, tra l’altro, sarebbe la Lega a monetizzare elettoralmente l’appoggio dei Cobas. Alla fine, comunque, credo che la spunterà Bossi: un cambio di rotta su questo tema sarebbe percepito dai leghisti come uno sgarbo da ricompensare, mentre un sì del Pdl significherebbe un credito a Berlusconi da spendere alla prossima occasione. È la politica, bellezza.
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La storia che sto per raccontarvi sembra molto tecnica, e probabilmente lo è, ma credo che valga la pena provarci perché è un tipico esempio di come funziona il nostro Paese. Parliamo di quote latte, visto che il decreto è arrivato oggi in Aula: tra l’altro, ha rischiato seriamente di restare bloccato in Commissione, a causa dei dissidi profondi all’interno della maggioranza. Riassunto delle puntate precedenti: l’Italia è in grado di produrre tanto latte, ma non può superare i limiti fissati dalla politica agricola europea, che ha assegnato già da anni delle quote ad ogni Paese. La disciplina, in vigore fino al 2013, è stata rivista a novembre 2008, quando l’Ue ha concesso a tutti un incremento dell’1% annuo, per i restanti 5 anni; a quel punto, l’Italia ha chiesto ed ottenuto un aumento del 5% immediato, anziché graduale, per poter sanare la propria posizione. Tanto per cambiare, infatti, non avevamo rispettato le regole, o almeno non tutti, ignorando senza pensarci troppo le disposizioni comunitarie. L’Ue, però, ci ha costretto a metterci in regola e ci ha comminato pesanti multe, che la legge 119/2003 rateizzò in 14 anni a tasso zero. Fu una legge bipartisan, che solo la Lega si rifiutò di votare: il partito di Bossi, infatti, ha sempre sposato la causa dei Cobas (quelli che bloccarono l’autostrada, ricordate?), che in questi anni hanno continuato ad ignorare le multe ed a produrre in eccedenza, aprendo contenziosi con lo Stato, mentre la stragrande maggioranza dei produttori (almeno 38 mila su un totale di 40 mila) si adeguava alle norme e pagava le rate. Chi si è sempre comportato correttamente, insomma, ha ridotto subito la propria produzione, oppure ha affittato quote latte da altri allevatori usciti dal mercato; chi si è messo in regola successivamente sta pagando la multa e continuerà a farlo fino al 2017; chi ha optato per la resistenza ad oltranza, invece, non ha tirato fuori un centesimo ed ora beneficerà di questo allargamento delle quote, perché il governo ha deciso che il 5% in più di produzione servirà innanzitutto per sanare i furbetti della mangiatoia. Loro, in cambio, dovranno pagare le multe pregresse, ma mentre scrivo non si è ancora trovata una formulazione sufficiente a garantire che il pagamento sia una condizione previa per poter accedere ai benefici. È il classico caso di condono, insomma, che privilegia chi ha fatto il furbo: tutti gli altri produttori, in regola, beneficeranno solo in minima parte dell’aumento di quote concesso dall’Ue e contro questa evidente disparità stanno protestando nelle piazze italiane. Sono arrivati in trattore davanti alla villa berlusconiana di Arcore, ma soprattutto si sono presentati a Gemonio, davanti a casa Bossi: su questi temi, infatti, in Italia comanda la Lega, che non a caso ha voluto per sé il ministero dell’Agricoltura.
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