Andrea Sarubbi

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Vent’anni dopo

Novembre 9, 2009 · 6 Commenti

A me, che sono diventato maggiorenne dopo la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo è apparsa sempre una cosa fisiologica. La mia coscienza politica è cresciuta con le ideologie già al tappeto, e se non fosse per le nostalgie di Ferrero o per la propaganda berlusconiana faticherei a trovare un posto alla parola comunismo nel dizionario dell’Italia 2009. Non vi tedierò, dunque, con una riflessione personale, perché avrei veramente poco di originale da condividere: preferisco riportarvi un brano di Giovanni Paolo II che mi sembra assai degno di lettura. Era maggio 1990 ed a Berlino si teneva il Katholikentag, che è una specie di grande fiera dei cattolici tedeschi; il luogo era stato deciso alcuni anni prima, quando nessuno poteva prevedere che il muro sarebbe crollato. Nel messaggio inviato ai partecipanti, il Papa polacco – il Papa di Solidarnosc, tra l’altro – parlava per la prima volta ai cattolici tedeschi, all’indomani del Fatto.

“La vostra città di Berlino è tornata ad essere un simbolo di speranza. La caduta del muro, come il crollo di pericolosi simulacri e di una ideologia oppressiva, hanno dimostrato che le libertà fondamentali che danno significato alla vita umana non possono essere represse e soffocate a lungo. La libertà di pensiero, di coscienza e di religione fanno parte di quei diritti fondamentali inalienabili dell’esistenza umana e sono un requisito essenziale per costruire la ‘casa comune europea’ che – rifacendosi alle tradizioni cristiane – deve diventare di nuovo un’Europa dello Spirito. Nonostante tutte le complessità in campo sociale, culturale ed economico, nessuno Stato e nessuna società può alla lunga rinunciare ai fondamenti morali trascendenti. (…) Il futuro dell’Europa deve stare a cuore a tutti. Solo un’Europa consapevole delle proprie radici spirituali può ritrovarsi e affrontare con maggior efficacia i problemi del Terzo e del Quarto Mondo. Come Chiesa dobbiamo ritrovare la forza e lo slancio per essere presenti nella cultura, nell’educazione e nell’ambiente sociale. La Chiesa non vuole occuparsi di politica, ma deve insistere sui valori di cui un popolo ha bisogno per costruire il proprio futuro. Come Chiesa dobbiamo impedire che l’uomo si perda dietro il consumismo e il materialismo dopo il superamento dell’alienazione marxista. La ricostruzione e la riedificazione spirituale dell’Europa deve riguardarci tutti. (…) E io chiedo fin da ora soprattutto ai laici di non rifiutarsi di dare il proprio contributo a questo immenso impegno, ma di assumersi quella responsabilità che viene da un’autentica fede personale. Nessuno di noi deve lasciarsi sfuggire l’occasione che ci viene offerta. (…) Cercate di essere, in maniera esemplare una comunità basata su valori e principi che vi permettano di diventare veramente protagonisti del vostro futuro e di costruire veramente la pace, la libertà e la giustizia”.

Gli spunti sono parecchi. Io ne riprendo solo uno: la grande preoccupazione, da parte del Papa che conosceva i limiti dell’alienazione marxista, che l’Europa si andasse a perdere nella direzione opposta, dietro il consumismo ed il materialismo. Per questo insisteva così tanto su una forte iniezione di spiritualità, che a suo parere costituiva l’unico anticorpo in grado di fermare il nuovo virus. Vent’anni dopo, sappiamo come è andata a finire.

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La romanella

Novembre 8, 2009 · 4 Commenti

Dalla comunità di Sant’Egidio ho sentito ripetere più volte che dietro il degrado si nasconde un disagio: non ha senso combattere il primo senza affrontare l’altro. Il degrado, a differenza del disagio, è visibile ad occhio nudo, come una macchia di umidità sulla parete; ma se mi limito ad una mano di bianco – dico una ma possono essere anche due o tre ed il risultato non cambia – prima o poi la chiazza rispunta fuori. Se invece scavo, faccio intercapedini e metto la carta catramata – se vado, cioè, alle radici di quel degrado – ho serie possibilità che la parete finalmente si asciughi: a quel punto sì che do una bella mano di bianco (o due, o tre…) e sistemo il tutto. Già nel ddl Carfagna sulla prostituzione – quello, per intenderci, che è finito in un cassetto e che a naso ci resterà, chissà perché - si capiva quale fosse, in materia, l’approccio del governo: una bella romanella e via. La romanella è quell’aggiustatina che il carrozziere ti dà alla macchina quando vuoi spendere poco: appena la ritiri ti sembra nuova, ma dopo un mesetto rispuntano fuori i vecchi difetti. D’altra parte, il tuo uomo era stato onesto: “Dotto’, famo ‘na cosa seria o ‘na romanella?”, ti aveva chiesto, e tu – guardandoti nel portafoglio – avevi optato per la seconda scelta. Come il ddl Carfagna, dicevo, che per combattere la prostituzione aveva lanciato una grande operazione di decoro urbano: l’importante non è che si prostituiscano (o meglio: che siano, nella maggior parte dei casi, costrette a farlo), ma che almeno non si veda. Sulla stessa linea si muove l’ordinanza del sindaco Alemanno, stabilendo una multa di 100 euro per i lavavetri ai semafori e per i giocolieri, che ne sono un po’ l’evoluzione artistica. “I vigili urbani – scriveva l’Ansa di lunedì scorso – hanno fatto sette multe e dieci sequestri di attrezzature. Tre lavavetri sono riusciti a sfuggire ai vigili abbandonando i secchi e le spazzole”. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere: come ha giustamente sottolineato Angelo Bonelli, dei Verdi, questa non è lotta alla povertà, ma lotta ai poveri. È un’altra operazione di decoro urbano, insomma: un’altra romanella, che per qualche settimana farà sparire i poveri dai semafori e li manderà a suonare nei vagoni della metropolitana o a spostare carrelli negli spiazzi dei supermercati oppure a distribuire santini all’uscita delle chiese. A proposito di Chiesa: l’ordinanza di Alemanno ha provocato pure la reazione del cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, che non è certamente un barricadero ma che non ha potuto (né voluto) tacere al sindaco il malessere del mondo cattolico. Cito testualmente dal comunicato ufficiale del vicariato: “La domanda di legittima sicurezza dei cittadini che la pubblica amministrazione ha il dovere di tutelare non può  non essere coniugata con il diritto naturale di ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita dignitosa”. E ancora: “Il cardinale Vallini, pur consapevole della complessita’ del problema, ha invitato il sindaco ad individuare iniziative e strumenti alternativi e integrativi che mostrino il volto umano della città e siano di sprone ai cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti”. Se no, a che cosa serve la politica?

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L’esordio

Novembre 7, 2009 · 9 Commenti

È chiaro che, se volessi fargli le pulci, qualcosa da dire la troverei: Ignazio Marino, per dire, gli ha già chiesto qualche precisazione in più sui diritti civili, mentre gli ecodem gli hanno rimproverato la fretta con cui ha parlato di ambiente. Ma giudicare l’esordio di Pierluigi Bersani dalle cose che non ha detto (e ce ne sarebbero altre, naturalmente) non mi sembra il modo migliore per aiutare la ditta. Se proprio devo criticarlo, e lo faccio subito per togliermi il dente, lo critico semmai su come ha parlato: un’ora di discorso tarato sugli addetti ai lavori, con sottintesi che solo un parlamentare, un sindacalista o un dirigente di Confindustria poteva cogliere appieno. Sentivo Bersani andare avanti nel suo tecno-politichese – reso più simpatico, ma non per questo più comprensibile, dall’accento piacentino e da qualche battuta sparsa – e mi immaginavo con terrore il dibattito televisivo con Berlusconi, capace di farsi capire (e votare) pure dalle vecchiette. Però poi pensavo che Prodi, da questo punto di vista, non era meglio, eppure Berlusconi lo ha battuto due volte: forse perché in certi casi, chissà, proprio il non farlo capire bene dà una patina di autorevolezza a quello che si dice. Andando sui contenuti, ho trovato l’impianto del discorso di oggi molto simile a quello dell’11 ottobre, quando il candidato segretario parlò da candidato premier e, proprio per questo, non venne travolto dagli applausi: innanzitutto, perché Bersani è uno che gli applausi non se li cerca mai, ma al limite li chiede per gli altri (il passaggio di stamattina su Alda Merini, ad esempio, mi ha fatto commuovere); inoltre, perché – calcisticamente parlando – quello è il suo gioco ed è inutile chiedergli di ricoprire un altro ruolo. Il segretario del Pd che ho visto stamattina non è un fantasista alla Veltroni, non è una punta rapida alla Franceschini, ma è un solido uomo di centrocampo che recupera palloni ed imposta gli schemi: di certo non è uno che vive per sé e questo suo aspetto – lo confesso – mi piace molto, perché distingue il Partito democratico da tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento. Bersani non ha detto stamattina nessuna cosa pirotecnica ma moltissime cose ragionevoli: ho apprezzato molto il passaggio sulla riforma della politica (superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, moderna legislazione sui partiti, nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, nuove norme sui costi della politica) e quello sulla questione morale (che però mi aspetto venga applicato immediatamente in Campania, mio collegio elettorale, quando si tratterà di scegliere i candidati alle prossime regionali). Temevo il passaggio sulla libertà di coscienza, ed invece devo riconoscere che Bersani ha spiegato meglio ciò che in altre occasioni aveva detto peggio:

“(…) Come meglio bilanciare, ad esempio, l’ampia dialettica, l’assoluta libertà di espressione, il valore del pluralismo con l’esigenza di preservare l’autorevolezza e l’univocità delle posizioni del Partito. Quando si parla di questo, il pensiero va subito ai temi etici di frontiera. Ma il problema non è questo. Sto parlando invece di una fisiologia che riguarda diffusamente la vita del Partito e che più facilmente impatta nei diversi luoghi del Paese con questioni relative al tracciato di una strada o a un termovalorizzatore o a una nomina piuttosto che a problemi di frontiera. Se siamo forza di governo, e lo siamo; se siamo il Partito di una democrazia partecipata ed efficiente, e lo siamo, dobbiamo essere all’altezza di noi stessi e risultare lineari e affidabili agli occhi dei cittadini che si aspettano risposte e posizioni chiare sui problemi della loro vita comune. Esistono poi anche i temi di frontiera, che possono interpellare la coscienza in modo insuperabile. Non sarà certo difficile trovare gli strumenti che riconoscano questo ambito, percepito peraltro nel senso comune. In realtà sulle questioni etiche e antropologiche il punto principale sta nella dimensione culturale e politica e nella capacità nostra di mettere a frutto nella discussione, nel confronto e nell’impegno lo straordinario bagaglio culturale che ci ispira, fatto di umanesimi forti, laici e di ispirazione religiosa. Umanesimi forti che non dobbiamo annacquare, che sono una forza enorme per noi e che dovranno aiutarci ad arrivare fino al punto in cui deve esercitarsi l’autonoma responsabilità della politica che ha un compito ineludibile: quello di rispondere con delle decisioni, per quanto transitorie e fallibili, alle esigenze del bene comune”.

Una risposta positiva l’ho sentita anche sul fronte del collateralismo: il neosegretario ha rivendicato l’autonomia dal partito da tutte le forze sociali, che vanno sì ascoltate ma poi si ragiona con la propria testa. E poi, lo ammetto, sono stato felice di sentire per la prima volta da Bersani una parola su un tema che finora lo aveva visto un po’ latitante:

“Non fanno bene al nostro Paese posizioni oltranziste sull’immigrazione. Il problema è enorme e siamo convinti che l’Unione Europea debba fare di più ma il nostro Paese non può sottrarsi al dovere di fornire asilo e protezione a chi ne ha diritto e necessità né riteniamo che l’Italia possa scegliere le posizioni più arretrate e miopi sul tema della cittadinanza”.

Alcuni dei dubbi che avevo in testa, insomma, me li sono chiariti con il discorso di oggi. Altri li affronterò direttamente con Bersani, quando ci incontreremo, e naturalmente vi terrò aggiornati.

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Un uomo in fuga

Novembre 6, 2009 · 41 Commenti

Ieri pomeriggio ho ricevuto, al mio indirizzo della Camera, una mail di Francesco Rutelli. Che non è una mail privata, nel senso che l’autore l’ha inviata a parecchie persone, ma che non avrei mai reso pubblica perché non ne avevo l’autorizzazione. Se però metti tra i destinatari anche il direttore di un quotidiano, come Rutelli ha fatto ieri, allora forse la riservatezza non è il tuo primo pensiero: tanto è vero che Stefano Menichini, direttore di Europa, l’ha pubblicata stamattina sul suo giornale. Le agenzie di stampa la stanno rilanciando, e quindi – ora che il segreto di Pulcinella è stato svelato - mi sento autorizzato a pubblicarla anch’io.

Care amiche e amici,
dunque, qualcuno tra voi si chiede dove io vada.
Innanzitutto, so bene dove andrà chi resta nel Partito Democratico: esattamente nello stesso posto dove si trovano oggi i nostri deputati europei.
Non è servito neppure aspettare qualche mese perché la finzione dell’ “Alleanza dei Socialisti e dei Democratici” rivelasse la sua verità politica e strategica, e perché gli eletti ex – Margherita si trovassero nella più radicale marginalità politica. Cosa per me dolorosissima, dopo che abbiamo speso 10 anni per aprire uno spazio innovativo a livello europeo e internazionale.
Laddove è stato travolto Veltroni, dove è stato malamente conteggiato Franceschini (un terzo dei consensi alla coalizione congressuale del Segretario uscente), è inutile illudersi che possa riuscire qualcun altro.
Molto di più, è al paese che fa male questo schema politico: il PD che torna a rassicurare i militanti della sinistra e che si troverà chiuso ad ogni prospettiva di credibile alternativa alla destra.
Voi sapete perfettamente, a menadito, che non posso far parte di un partito nell’orbita dei socialisti europei, né posso portare le mie convinzioni in un partito post-PDS.
Lo rispetto; potrò anche allearmi (come ho fatto quasi sempre). Ma non è il mio partito.
Capisco che per alcuni di Voi, assuefatti al realismo delle relazioni partitiche, il fatto che Bersani non mi abbia rivolto in cinque mesi neppure una telefonata (neanche quando gli ho inviato il mio libro con una dedica amichevole…) possa rientrare nel
business as usual . Ma è gravemente sbagliato. Chi è stato leale con me e, anche grazie a me, ha partecipato a un cammino importante, dimostra in questo modo una perdita di orientamenti fondamentali. Per me, in fondo, non aver ricevuto quella telefonata è motivo non di amarezza, ma di sollievo, a conferma di una precisa analisi politica. Per ciascuno di Voi, è un problema molto difficile da eliminare.
Dove vado, dunque? A difendere e promuovere le idee che ci hanno a lungo accomunati. E il profilo democratico, liberale, riformatore che potremo far vivere con molta maggiore libertà in una nuova iniziativa.
Con chi? Con coloro che si uniranno a noi, anche prendendosi una quota del rischio che ho preso io, per convincimento e con determinazione.
Molta è la strada da fare prima di immaginare convergenze con altre forze politiche; grandissimo l’entusiasmo che si manifesta nei territori, tra eletti locali e personalità della società civile, dell’impresa e delle professioni, dell’associazionismo. C’è moltissimo, di affascinante, da fare.
Un saluto cordiale. Vostro,
Francesco Rutelli

Aspetto commenti il più possibile equilibrati. E magari a posteriori, ossia partendo dal testo della lettera: ripetere cose già sentite mille volte (“Vada pure”, “Ci ha fatto perdere voti”, “Voltagabbana”…) può aiutare a sfogarsi, ma non a riflettere insieme sulla sostanza. Che mi pare non manchi.

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La fiducia smarrita

Novembre 5, 2009 · 11 Commenti

Oggi parto da un fatto stupido, sperando che il resto della riflessione lo sia meno. Il fatto stupido è che ieri, dopo ore di travaglio e nonostante la febbre, ho montato un letto dell’Ikea: appena l’ho scritto su Facebook, sottolineando con orgoglio di aver perso solo 6 viti, ho cominciato a ricevere commenti di ammirazione e di meraviglia. Non per le 6 viti perse, naturalmente, ma per il fatto che un deputato montasse i letti dell’Ikea: un po’ perché andare all’Ikea è roba da comuni mortali, non da parlamentari della Repubblica; un po’ perché in giro c’è la convinzione (espressa proprio in uno dei commenti che ho ricevuto) che, se proprio gli scappa di andare all’Ikea, il parlamentare deve preoccuparsi solo di ordinare ciò che gli piace, perché poi ci penserà il suo staff (personale? della Camera?) a montargli i mobili. Sono naturalmente reazioni istintive, non analisi profonde, ma dietro c’è la percezione di casta che continua ad accompagnarci: il deputato è uno che vive in un mondo suo, fatto di auto blu, di feste, di droga e di trasgressioni sessuali varie. I mobili non li compra, ma li riceve in regalo, e glieli montano pure. Al ristorante va sempre a scrocco, così come al cinema ed a teatro, e se i suoi figli vogliono vedere lo spettacolo di Winnie the Pooh al Palasport non c’è problema: paga la Camera. L’autobus è un mezzo di trasporto a lui sconosciuto, e così il motorino, perché sotto casa c’è l’auto blu (con chauffeur, s’intende) che – all’occasione – serve anche per la spesa al mercato o le feste dei bambini. Se la sensazione diffusa è davvero questa, e purtroppo lo è, risulta evidente che il rapporto di fiducia con i cittadini è ormai compromesso e - complici alcuni comportamenti indifendibili di una parte della classe politica, lo ammetto - verso la casta si è praticamente invertito l’onere della prova. In quanto politico, cioè, sei drogato, ladrone, traditore della moglie, ipocrita, approfittatore eccetera eccetera: sta a te, eventualmente, dimostrare il contrario. La storia dei test antidroga che saremo chiamati a fare da lunedì è la prova evidente di questa deriva: sta ai deputati, sottoponendosi al controllo delle urine ed eventualmente all’esame del capello (che all’assicurazione sanitaria della Camera costerà pure qualcosa in più, visto che si effettua presso laboratori privati), dimostrare di non essere dei tossicodipendenti. Non è obbligatorio, ma se ti rifiuti di farlo il tuo nome verrà dato in pasto ai giornali e dunque passerai per drogato anche se non lo sei. L’Italia dei valori – non avevo dubbi – ha già detto che i suoi parlamentari andranno tutti in massa, nessuno escluso, perché i cittadini pretendono chiarezza eccetera eccetera. Il mio amico Sandro Gozi, che credo non fumi neppure le sigarette al mentolo, ha invece dichiarato di non voler fare il test, perché gli pare una passerella populista. In realtà, credo che Sandro abbia ragione: di fronte ad un’opinione pubblica così agguerrita, il passo dopo il test sarebbe l’ispezione corporale con guanto da chirurgo. Non so neppure cosa farò io, perché mi pare una cosa ridicola ma temo che poi qualcuno mi rinfacci di non averlo fatto, vedendoci dietro chissà quale mistero. Mentre ci penso un attimo, rimane il problema più grande di tutti: che non è quello di dimostrare la propria negatività alla cocaina, ma quello di riconquistare la fiducia delle persone, fino al giorno in cui nessuno si meraviglierà più se un parlamentare della Repubblica arreda la casa con i mobili dell’Ikea e prova pure a montarseli da solo.

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