Andrea Sarubbi

Voci categorizzate come ‘Acli’

Prove di dialogo con i falchi

Novembre 4, 2009 · 10 Commenti

Dopo mesi di scomuniche preventive e sbeffeggiamenti, che non ci hanno risparmiato neppure il nonnismo da caserma, il primo partito italiano ha finalmente battuto un colpo: il documento sulla cittadinanza presentato ieri dalla Fondazione Magna Carta (vicina a Quagliariello e Gasparri) è un segno che il Pdl è vivo e lotta insieme a noi. Oddio, proprio insieme non direi, perché il documento fa un’analisi dell’immigrazione profondamente diversa dalla nostra, e siccome nessun giornale oggi se ne è occupato seriamente, provo a spiegarvi io quali sono le differenze. In neretto i capitoli, in tondo le loro tesi, in corsivo i miei commenti.

Premessa. La cittadinanza, scrivono, “non può essere affrontata in modo strumentale nel tentativo di risolvere problemi di altra natura” e vanno evitate riforme “motivate da ragioni contingenti o di mera tattica politica”. Anche se non li nominano espressamente, ce l’hanno con Granata e con Fini: Fabio, perché ha firmato un testo proposto da un deputato dello schieramento avverso; il presidente della Camera, perché su quel testo si è sbilanciato pubblicamente in diverse occasioni.

Non è un diritto. Affermano che la cittadinanza è un patto, non un diritto, perché i diritti gli immigrati regolari ce li hanno comunque: l’unica differenza sta nel voto e nella libera circolazione, quindi in realtà facilitare la cittadinanza significa soltanto voler facilitare il voto degli immigrati. Non conoscono nessun italiano di seconda generazione che mentre cercava di aprire un’attività imprenditoriale a casa sua (l’Italia) si è sentito rispondere dalla questura di riprovare l’anno successivo, perché le quote per il lavoro autonomo erano finite. E potrei andare avanti, ma preferirei che si documentassero da soli, visto che loro sono un think tank e io no.

Stanziali o di passaggio? Siccome non ci si muove più con le navi ma con gli aerei, oggi non è più come una volta: i nostri padri andavano a cercare fortuna in America e ci rimanevano, mentre gli immigrati che vengono in Italia stanno qui solo per lavorare, perché poi vogliono tornare a casa loro. E nel frattempo, guardano sul satellite i programmi di casa loro, vanno sui siti internet di casa loro… Altro che integrazione: anziché pensare alla cittadinanza, basterebbero dei visti per motivi di lavoro. Qui è il rapporto Caritas, fresco di stampa, a smentire completamente l’analisi: gli immigrati in Italia oggi sono stanziali e tendono a mettere su famiglia. Se prendono l’aereo per andare nel Paese d’origine, comprano un biglietto di andata e ritorno della durata di un mese: il tempo delle ferie. La visione di Magna Carta ricalca esattamente quella della Germania anni ‘60: ne ho parlato così tante volte, su questo blog, che chi fosse rimasto indietro può cliccare qui. Oppure comprarsi due copie di un qualsiasi saggio di Massimo Livi Bacci: una per sé, l’altra da regalare agli amici falchi.

L’appartenenza alla Nazione. Una Nazione – scrivono – cresce ed evolve sulla base di radici etno-culturali, e potrebbe cessare di essere democratica nel momento in cui si intaccassero i vincoli stessi che garantiscono l’unità della Nazione, e la sua struttura sociale, e quando venisse meno il senso di reciproca appartenenza storica”. Se sei figlio di genitori filippini ma ti senti italiano, insomma, rischi di intaccare l’identità nazionale; se invece sei figlio di genitori bresciani e ti senti padano, puoi anche stare al governo.

L’integrazione come premessa. “La cittadinanza presuppone il senso di appartenenza ad una comunità”, proseguono, citando alcune regole: padronanza della lingua, conoscenze dei fondamenti istituzionali e giuridici, fedina penale pulita, lavoro regolare. Premesso che trovare un italiano con percorso netto su tutti e quattro i punti sarebbe durissima, e che fra i concorrenti del Grande fratello sarebbe addirittura impossibile, su questi aspetti li avevamo già anticipati: i paletti della pdl Sarubbi-Granata sono un po’ meno pomposi, ma altrettanto efficaci.

Gli esempi stranieri. Ogni Paese – affermano – fa storia a sè: Francia e Gran Bretagna hanno leggi meno restrittive della nostra perché avevano le colonie, Ma poi prendono ad esempio la Spagna, perché prevede 10 anni di residenza. La Spagna ne prevede solo 2, in realtà, per chi viene dalle ex colonie: proporremo a Magna Carta di estendere la stessa regola, in Italia, agli immigrati provenienti da Eritrea, Somalia, Libia, Albania e dalle isole greche del Dodecaneso. Per non parlare dello ius soli, che in Spagna esiste.

Ius soli. Lo ius soli è un falso problema, spiegano gli esperti di Magna Carta, perché da noi esiste già: se uno è nato qui, a 18 anni può fare domanda e diventare cittadino italiano. A questa mi rifiuto di rispondere: invito i ragazzi della seconda generazione a mandare una mail a segreteria@magna-carta.it , raccontando ai pensatori del think tank come ci si sente ad essere cittadini del nulla per tutta l’adolescenza e come si vive fino ai 24-25 anni (quando va bene) da italiani con il permesso di soggiorno.

Qualità o quantità. Oggi la cittadinanza è legata ad un percorso burocratico, che tiene conto solo della quantità di tempo passata in Italia, mentre è importante anche la qualità, ossia il cammino di integrazione compiuto da ciascuno. Su questo non ribatto: evidentemente, hanno letto anche loro la Sarubbi-Granata. Ma allora, perché continuano a dire che il kamikaze fai-da-te di viale Jenner con la nostra legge sarebbe stato cittadino italiano? Perché non ci spiegano come mai Hina o Sanaa non potevano esserlo di diritto, pur essendolo di fatto?

Non so come finirà, davvero. Dico solo che dialogare con le colombe è più facile che con i falchi.

P.S. Su suggerimento di pinosp, vi lascio il link ad un botta e risposta sul Fatto quotidiano di oggi. Un lettore chiede come mai il Pd non stia insistendo più di tanto sulla proposta di legge bipartisan Sarubbi-Granata. E Furio Colombo, che oltre a scrivere sul Fatto è uno dei firmatari di quella pdl, risponde così.

Categorie: Acli · andrea sarubbi · caritas · globalizzazione · immigrazione · italia · parlamento · politica · sant'egidio
Messo il tag: , , , , , ,

Generazione Balotelli

Ottobre 31, 2009 · 6 Commenti

Da buon cattolico, il ciellino Adriano Paroli, sindaco di Brescia, decise l’anno scorso di sostenere le famiglie in difficoltà con il bonus bebè: un milione e trecentomila euro da destinare ai nuovi nati, per incoraggiare la natalità ed aiutare i genitori a combattere con pannolini e robe varie. Proposta lodevole, naturalmente, se non fosse per un piccolo particolare: i nuovi nati dovevano essere necessariamente italiani. Ed i figli di immigrati regolari, nati qui? Niente. Eppure, gli immigrati regolari a Brescia sono 33 mila, oltre il 17 per cento della popolazione residente: lavorano nell’agricoltura (pachistani ed indiani), nel comparto edilizio (albanesi e rumeni) e nelle fonderie (africani), aprono negozi (cinesi), fanno le badanti (donne dell’est europeo). Aumentano il Pil, insomma, ma per il Comune questo non conta: il vicesindaco Rolfi è un leghista duro e puro – quello, per capirci, che ha iniziato a raccogliere firme contro la mia proposta di legge sulla cittadinanza, e che ultimamente ha brindato con champagne sul terreno di un campo nomadi appena sgomberato – e negli equilibri di potere locali è molto più forte di quanto la sua carica non dica, anche perché il suo diretto superiore, che oltre a fare il sindaco è pure deputato, passa diversi giorni alla settimana a Roma. Sul bonus bebè, però, è scoppiato il putiferio: i giudici hanno dato ragione al ricorso dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione), giudicando la delibera comunale “discriminatoria”, ed a quel punto il Comune, per ripicca, ha deciso di togliere l’incentivo a tutti. Nel frattempo, per rimediare al guaio erano entrate in azione 13 sigle del mondo cattolico (Acli, Adasm-Fism, Azione cattolica, Associazione nazionale famiglie numerose, Cisl, Fuci, Istituto Pro Famiglia, Movimento cristiano lavoratori, Movimento dei focolari, Pax Christi, Società San Vincenzo de’ Paoli, Ucid, Università Astolfo Lunardi), per fare quello che avrebbe dovuto fare il Comune: una raccolta di fondi destinata alle famiglie finanziariamente fragili (con un indicatore socio-economico al di sotto dei 15 mila euro) che avessero avuto bambini nel 2008. A differenza del bonus bebè, però, il donum bebè (lo hanno chiamato così) non pretendeva il requisito della cittadinanza, ma soltanto quello della residenza in città da almeno 3 anni. Risultato: 70 mila euro raccolti in circa 7 mesi, 69 famiglie aiutate (ma una ha avuto due gemelli, dunque ha preso il doppio), in maggioranza straniere. Alcune di loro le ho incontrate ieri sera, con i loro mocciosetti piagnoni, in un incontro organizzato per fare un bilancio dell’iniziativa e presentare, contestualmente, la pdl 2670 sulla cittadinanza. Mentre la spiegavo, dicendo che cosa cambierebbe se passasse, molti dei genitori avevano gli occhi lucidi: non pensavano a sé, mi hanno detto alla fine, ma ai loro figli. Bresciani come Mario Balotelli.

Categorie: Acli · Lega · andrea sarubbi · caritas · cattolici · famiglia · immigrazione · italia · politica · vita
Messo il tag: , , , , , ,

Parla la Caritas

Ottobre 28, 2009 · 3 Commenti

Speriamo che almeno i numeri mettano a tacere le chiacchiere: il rapporto Caritas, che in assoluto è lo studio più approfondito compiuto in Italia sul tema dell’immigrazione, spiega già dal sottotitolo (“Dati, interpretazioni e pregiudizi”) che la propaganda è cosa diversa dalla realtà. La relazione tra immigrazione e criminalità, infatti, non esiste; ne esiste invece una tra criminalità e presenza irregolare nel territorio italiano: non perché i clandestini (parola che detesto) siano antropologicamente più portati a delinquere, ma perché la precarietà li rende più esposti al rischio. Prima di andare avanti, sento l’obbligo di precisare che garantire la sicurezza dei cittadini è fra gli obblighi principali di uno Stato: sembra una banalità ripeterlo, ma noi del Centrosinistra, in particolare da Firenze in giù, facciamo storicamente fatica ad ammettere  (ricordate la mia teoria della zanzara?), mentre Pdl e soprattutto Lega ne hanno fatto il loro baluardo. Alle dichiarazioni di principio non sono poi seguiti i fatti  - stamattina 30 mila poliziotti hanno marciato in corteo contro il governo di Centrodestra, che è un po’ come se le suore manifestassero contro l’Udc – ma nel Paese se ne sono accorti in pochi: il problema, per l’opinione pubblica, non sono i tagli alle forze dell’ordine, ma gli immigrati. La Cei ci va giù durissima, come poche altre volte dall’inizio della legislatura: il pacchetto sicurezza, dice una nota ufficiale dei vescovi italiani, “ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti”, mentre occorre “considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli ad essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti”. Passando naturalmente per la cittadinanza (i vescovi hanno richiamato espressamente “una recente proposta di legge”: vi ricorda qualcosa?), che è stata il centro dell’intervento di Gianfranco Fini, invitato dalla Caritas a commentare il rapporto. Ho sentito tutti gli interventi di Fini sul tema e potrei farne l’esegesi: mi rendo conto, dunque, quando c’è una sfumatura particolare, quando fra le righe si nasconde un messaggio diverso dal solito. Il messaggio che ho colto oggi è questo: sarà difficile che la Lega ceda sugli adulti, ed è altrettanto improbabile che il Pdl si prenda il rischio di forzare la mano fino al punto di rottura, per dar retta - tra l’altro – ad una proposta di legge bipartisan su un tema delicatissimo. D’altra parte, però, ci sono le condizioni per un compromesso sui minori, aprendo la strada al nostro ius soli temperato. Bisognerà vedere come temperarlo: l’ipotesi del completamento di un ciclo scolastico è già prevista nella Sarubbi-Granata per i bambini che arrivano qui da piccoli, mentre chi nasce in Italia può anche diventare cittadino subito se i suoi genitori vi soggiornano legalmente da almeno 5 anni. La soluzione, insomma, non è lontanissima: il fatto che esca allo scoperto Fini (reduce, lo ricordo, da incontri con Berlusconi e Bossi) mi fa sperare che, prima o dopo le Regionali, possa sbloccarsi qualcosa.

Categorie: Acli · Lega · Pd · andrea sarubbi · berlusconi · cattolici · immigrazione · italia · parlamento · partito democratico · politica · sant'egidio
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , ,

A chi giova?

Settembre 30, 2009 · 12 Commenti

Chi segue questo blog da tempo (a proposito: dopodomani festeggiamo il cinquecentesimo post) di solito non si annoia, ma riconosco che nell’ultimo periodo sono un po’ monotematico. Anche oggi, per esempio, vorrei occuparmi dello scudo fiscale, su cui credo che daremo battaglia fino a sabato, ma mi tocca tornare sul tema della cittadinanza, perché ogni giorno ne succede una. Meglio delle soap, insomma. La prima novità è la conferenza dei capigruppo di stamattina: hanno deciso che ad ottobre arriva in Aula la legge sull’omofobia, a dicembre il testamento biologico ed a novembre (papparapà!) toccherà alla cittadinanza. Sia omofobia che cittadinanza sono passate in quota opposizione: è toccato a noi, insomma, chiedere che queste due proposte di legge venissero discusse, attingendo a quel 20% che ci viene assegnato dall’articolo 24 del regolamento della Camera. Implicazioni pratiche della vicenda: il comitato ristretto – che dovrebbe riunirsi domani – deve sbrigarsi ad adottare un testo base, scegliendolo fra le 12 proposte di legge presentate oppure preparando un nuovo testo della Commissione. Non so come andrà a finire e non faccio previsioni. La seconda novità di oggi è un articolo del Giornale (di cui tutti conoscete proprietario e direttore), nel quale prima si tenta di smontare la proposta di legge Sarubbi-Granata sui contenuti, liquidandola ad una riedizione di precedenti pdl del Centrosinistra (ed ignorando la novità principale, ossia l’abolizione dell’automatismo per la cittadinanza ed il passaggio da una logica quantitativa ad una qualitativa), e poi si arriva al punto chiave, ossia la convenienza politica o meno di ingaggiare battaglie interne alla maggioranza. Cito testualmente:

La sensazione, magari sbagliata finché si vuole, è che un americano e un tedesco, cioè Sarubbi e Granata, si siano messi d’accordo per forzare la mano, se non addirittura per inguaiare di brutto un centrodestra che è assai più tiepido del centrosinistra nel concedere con una certa larghezza la cittadinanza agli immigrati extracomunitari. Questa iniziativa legislativa, intendiamoci, a leggerla con la dovuta attenzione è meno scandalosa di quanto possa apparire. Da una parte persegue l’obiettivo dell’integrazione e dall’altra non fa propria la logica del todos caballeros. Un cavalierato che, come un sigaro, non si nega a nessuno.
E pur tuttavia solo chi è di una ingenuità disarmante, o peggio vagheggia nuovi scenari a tutt’oggi imprevedibili, con ogni probabilità un salto nel buio, può perorare oggi come oggi la causa di una simile iniziativa legislativa. Una mina che se non disinnescata a dovere e messa per il momento in un cassetto, può far saltare in aria la maggioranza e con essa il governo. Ai tonti e ai finti tonti in servizio permanente effettivo ci permettiamo di rivolgere una semplice domanda: a chi giova?

Le teorie, insomma, sono due: o siamo imbecilli, o siamo perfidi. Nel primo caso – nel caso, cioè, in cui fossimo in buona fede – non ci renderemmo conto dell’enorme rischio che facciamo correre alla politica italiana, proiettandola in “un salto nel buio”. Nel secondo – nel caso, cioè, in cui facessimo i finti tonti – a noi non importerebbe nulla degli immigrati, della cittadinanza e di tutto il resto, ma staremmo soltanto tramando nell’ombra per preparare il prossimo partito Fini-Casini-Rutelli (e ho letto pure Veltroni, da qualche parte). Ammettiamo invece, per assurdo, che 50 parlamentari coraggiosi (tanti siamo i firmatari, lo ricordo) decidano di mettere da parte le ideologie di provenienza e si mettano a discutere nel merito di una legge giusta (o almeno, per dirla con le parole del Giornale, “meno scandalosa di quanto possa apparire”), che – se approvata – potrebbe, a loro parere, migliorare l’Italia e riconoscere i diritti di decine di migliaia di ragazzi italiani in tutto, fuorché nel passaporto; una legge che potrebbe rendere la vita migliore ai 100 mila bambini figli di stranieri che ogni anno nascono qui o ci arrivano per ricongiungimento familiare; una legge, infine, che rafforzerebbe l’integrazione e la stessa percezione dell’identità nazionale. E loro hanno pure il coraggio di chiedersi a chi giova?

Categorie: Acli · andrea sarubbi · berlusconi · giovani · immigrazione · italia · parlamento · politica · rutelli · sant'egidio · veltroni
Messo il tag: , , , , , , , , , , ,

Lo straniero e il cittadino

Settembre 29, 2009 · 3 Commenti

Dal post di ieri sembra passata una vita: in meno di 24 ore si sono accumulate due brutte notizie ed una buona. Dopo aver sentito dal presidente Cicchitto, ieri mattina, che “le iniziative trasversali non passeranno”, ho dichiarato in un’intervista radiofonica che – se il senso del Parlamento è quello del dialogo tra diversi – una frase del genere ”fa un torto alla Politica con la P maiuscola, in nome di basse manovrine”. Ed il presidente dei deputati Pdl se l’è presa, dandomi pubblicamente del “moderno untorello”, del “maestrino con il ditino alzato” che dà lezioni di politica “con una arroganza che non sappiamo da dove derivi”. Anche qui, se cercassi la visibilità personale non potrei che essere contento, ma la logica del “purché se ne parli” non è la mia, e quindi mi dispiace. La seconda brutta notizia è un’intervista del Giornale ad una mia collega del Pdl, che – per giustificare la sua mancata firma alla nostra proposta di legge – adduce motivi davvero pretestuosi: sarebbe stato più onesto dire la verità, che chiaramente non spetta a me raccontare, o magari rifiutare l’intervista se la verità fosse stata troppo scomoda. Invece, scopro che Souad Sbai non ha firmato la proposta di legge sulla cittadinanza – all’estensione della quale lei stessa ha collaborato, apportando anche modifiche – perché sarebbe “maschilista”, non tenendo conto del fatto che “le donne analfabete, segregate in casa dai loro mariti padroni, non potrebbero superare il test di lingua e cultura italiana”. Quanto alla buona notizia, leggete un po’ l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di oggi: una testimonianza autorevole di come, pur partendo da posizioni diverse, si possa arrivare ad una conclusione comune.

LO STRANIERO E IL CITTADINO
Anche chi, come chi scrive, è favorevole alla pratica dei respingimenti e alla sanzione dell`immigrazione clandestina – respingimenti e sanzioni adottati di fatto oltre che dall`Italia anche dalla Francia e dalla Spagna, cioè dai Paesi che rappresentano i 4/5 del confine mediterraneo dell`Unione Europea – non può ovviamente pensare che sia solo con questi mezzi che vada affrontato il fenomeno migratorio.
Insomma, è necessario, sì, cercare di arginare e legalizzare i flussi degli arrivi, ma insieme (sottolineo: insieme) è necessario sia accogliere civilmente chi viene in Italia sia promuoverne al massimo l’integrazione. Fino a dargli la possibilità, se vuole, di diventare italiano.
Per due ragioni fondamentali: da un lato per il forte calo demografico che incombe sulla penisola, con in prospettiva la conseguente perdita di vitalità economica e non solo; dall`altro per la necessità di attenuare il più possibile il potenziale di anomia, di disordine e di vera e propria illegalità che si accompagna fisiologicamente al fenomeno migratorio. La prospettiva di diventare cittadino a pieno titolo del nuovo Paese costituisce un potente incentivo psicologico a osservarne le leggi, impararne la lingua, guardarne con simpatia i costumi e la storia.
Finora, però, diventare italiano è stato, per uno straniero, difficilissimo. Noi, infatti, abbiamo una legge sulla cittadinanza che è quanto mai restrittiva nei confronti di chi non può vantare almeno un genitore o un coniuge italiano ma solo la semplice residenza. Basti dire che in un anno tipo, come il 2005, non solo le concessioni della cittadinanza italiana sono state meno di ventimila contro le 154 mila della Francia e le 117 mila della Germania, ma che circa i 4/5 di tali concessioni sono avvenute per matrimonio e non per residenza.
Dunque, chi vuole realmente cercare di integrare gli immigrati – e, aggiungerei, chi crede davvero nei valori umani, culturali e politici dell’Italia, e dunque nella loro reale capacità di attrazione verso gli estranei – non può che mirare ad allargare la legge sulla cittadinanza..
Ed è per l’appunto questo l’obiettivo meritorio della proposta di legge appena presentata alla Camera dei deputati da Andrea Sarubbi e Fabio Granata. Secondo la quale, innanzitutto, d’ora in avanti potranno diventare automaticamente cittadini italiani due categorie di soggetti: a) chi nasce in Italia da un genitore ivi legalmente soggiornante da almeno cinque anni; b) lo straniero nato in Italia o che vi è arrivato prima di aver compiuto i cinque anni di età e vi ha legalmente soggiornato fino alla maggiore età. Può da ultimo diventare cittadino italiano, su richiesta, anche qualunque minore straniero che abbia completato con successo un corso d`istruzione scolastico, anche primaria o di formazione professionale, presso un istituto italiano. Si vuole favorire, insomma, la possibilità per qualunque giovane straniero, immerso di fatto fin dall’inizio della sua vita nella cultura italiana, di diventare italiano a tutti gli effetti, e dunque di non sentirsi diverso o addirittura in una posizione d`inferiorità rispetto ai suoi coetanei.
Non basta. L’altra grande novità della proposta riguarda gli stranieri adulti. Essa consiste nella riduzione da dieci a cinque anni del periodo di tempo necessario per ottenere la cittadinanza. Ma a un’importante condizione: l’accertamento in un colloquio della conoscenza dell’italiano nonché della «vita civile dell`Italia e della Costituzione».
Questa, a grandi linee, la proposta di legge. Naturalmente alcuni aspetti andranno meglio messi a fuoco: per esempio, il livello A2 richiesto per la conoscenza dell`italiano è probabilmente un livello troppo elementare, così come bisognerebbe fare in modo, già nella lettera della legge, che l`accertamento della conoscenza anzidetta e quello della cultura e della Costituzione italiane non obbediscano all’andazzo permissivistico che l`ambiente politico-burocratico nostrano adotta troppo spesso in casi simili.
Ma l’importante è che si sia imboccata la strada giusta e nel modo giusto. Cioè con un testo frutto del lavoro congiunto di un rappresentante della maggioranza e di uno dell`opposizione, come sono per l’appunto Sarubbi e Granata.
E’ vero che proprio per questo l’inguaribile retroscenismo nazionale ha già battezzato la proposta in questione «la legge di Fini», considerandola una sorta di ballon d’essai del supposto trasversalismo politico del presidente della Camera.
A costo però di apparire fin troppo ingenui, a noi piace pensare che non sia così. Ci piace credere, più semplicemente, che, poiché circa il modo come si diventa cittadini della Repubblica è bene che siano d’accordo il maggior numero d’italiani, una volta tanto esponenti della destra e sinistra lo abbiano capito, e una volta tanto abbiano agito di conseguenza.

Categorie: Acli · andrea sarubbi · immigrazione · italia · parlamento · politica · sant'egidio
Messo il tag: , , , , , , , , ,