
L’analisi di Francesco Rutelli è, per quanto mi riguarda, inoppugnabile. Le cose che ha ripetuto al Corriere della Sera, annunciando la sua uscita dal Partito democratico, le aveva già dette e scritte molte altre volte: mi ricordo l’intervista a Panorama di un anno fa, quando segretario era ancora Veltroni; i due interventi dei mesi scorsi su Europa (il primo ad aprile, il secondo a luglio) contro la riduzione del Pd a forza di sinistra, e qui il segretario era Franceschini ma la polemica fu anche con Bersani; il manifesto dei Liberi democratici che pubblicammo a luglio; infine, l’intervento agli stati generali dell’Udc a Chianciano. Non si può dire, insomma, che Rutelli non sia stato chiaro: come co-fondatore del Pd, tra l’altro, aveva il diritto ed il dovere di lanciare l’allarme, di ricordare a tutti i motivi per cui il progetto era partito e le condizioni che la Margherita aveva posto per il proprio scioglimento. Erano tre, se ricordate bene: no al collateralismo, ossia non diventare il braccio politico della Cgil; no al pensiero unico, perché la Margherita stessa era stata un tentativo di pluralismo; no, infine, all’ingresso nel partito socialista europeo, perché da solo non avrebbe rappresentato tutte le tradizioni (quella popolare, ad esempio, ma anche quella liberale) confluite nel Pd. Rutelli ritiene che tutte queste aspettative siano state disattese: il Pd che vede oggi è un partito troppo legato alla Cgil (problema sentito anche da Cisl e Uil, che da diversi mesi danno segni di preoccupazione), proiettato verso il pensiero unico (e su questo la campagna congressuale ci ha messo del suo, perché si è cercato di ribadire un’identità arrivando a negare perfino la libertà di coscienza) ed organico al Pse, nonostante l’aggiunta dell’aggettivo “democratici” al nome del gruppo parlamentare europeo. Sono cose, ripeto, che Rutelli dice da un bel po’: mi limito a ricordare, ad esempio, i suoi emendamenti al Senato sul testamento biologico (all’indomani del caso Englaro), o le critiche alla posizione della Cgil sulla contrattazione proprio mentre Franceschini (era il 4 aprile di quest’anno) aveva scelto invece di partecipare al corteo, o ancora la decisione (era giugno) di votare contro l’ingresso nell’Asde. Proprio per questo motivo, ad alcuni le sue posizioni creavano rabbia e disagio: non si può stare in un partito a forza di distinguo, gli dicevano, invitandolo ad andarsene presto nell’Udc, magari insieme ai teodem. Io speravo di no, naturalmente, ed ero contento che Francesco continuasse questa sua battaglia dal di dentro: una battaglia magari di minoranza, ma condotta – secondo la mia opinione, naturalmente, che potrete non condividere – per il bene del Pd. Altri, sia nel gruppo dirigente che nella base, pensavano invece che Rutelli tirasse la corda per contrattare meglio, ma credo che i fatti abbiano dimostrato il contrario: Matteo Renzi, che di quell’area era espressione, è diventato sindaco di Firenze vincendo le primarie, non per un accordo di vertice; gli stessi Guido Milana e Gianluca Susta, europarlamentari vicini a Francesco, sono arrivati a Strasburgo con i voti degli elettori e non per chiamata diretta. Nel gruppo Pd alla Camera, poi, non mi pare che qualche rutelliano abbia fatto una carriera improvvisa perché il suo capocorrente tirava la corda: al contrario, se posso permettermi, in questi mesi era più facile essere visti con una sorta di diffidenza, come uno che sta parcheggiato nel Pd ma non vede l’ora di andarsene. Nella fantapolitica di bassa lega – la voce è giunta direttamente alle mie orecchie – la stessa proposta di legge Sarubbi-Granata rischiava di non essere considerata per quello che è, ossia un tentativo serio di sbloccare l’impasse sulla cittadinanza, ma piuttosto come una manovrina di Rutelli e Fini per creare un terzo polo. Ora che Francesco è andato via – e mentre lo scrivo sento forte il dolore, sia politico che personale – spero che le polemiche finiscano, e che nel Pd si apra un dibattito serio su quelle tre famose questioni rimaste ancora aperte.
P.S. Molti di voi mi hanno chiesto (sul blog, su facebook e via mail) che cosa intenda fare. Non ho risposte certe, tranne una: intendo fare una chiacchierata con il segretario del mio partito, per evitare di ripetere l’errore più grande compiuto da Francesco Rutelli. Che agli Stati generali dell’Udc aveva detto di voler esprimere le sue opinioni nella sede adeguata, e cioè durante il congresso, ed invece se n’è andato con un’intervista al Corriere.


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