Post da Ottobre 2009

Da buon cattolico, il ciellino Adriano Paroli, sindaco di Brescia, decise l’anno scorso di sostenere le famiglie in difficoltà con il bonus bebè: un milione e trecentomila euro da destinare ai nuovi nati, per incoraggiare la natalità ed aiutare i genitori a combattere con pannolini e robe varie. Proposta lodevole, naturalmente, se non fosse per un piccolo particolare: i nuovi nati dovevano essere necessariamente italiani. Ed i figli di immigrati regolari, nati qui? Niente. Eppure, gli immigrati regolari a Brescia sono 33 mila, oltre il 17 per cento della popolazione residente: lavorano nell’agricoltura (pachistani ed indiani), nel comparto edilizio (albanesi e rumeni) e nelle fonderie (africani), aprono negozi (cinesi), fanno le badanti (donne dell’est europeo). Aumentano il Pil, insomma, ma per il Comune questo non conta: il vicesindaco Rolfi è un leghista duro e puro – quello, per capirci, che ha iniziato a raccogliere firme contro la mia proposta di legge sulla cittadinanza, e che ultimamente ha brindato con champagne sul terreno di un campo nomadi appena sgomberato – e negli equilibri di potere locali è molto più forte di quanto la sua carica non dica, anche perché il suo diretto superiore, che oltre a fare il sindaco è pure deputato, passa diversi giorni alla settimana a Roma. Sul bonus bebè, però, è scoppiato il putiferio: i giudici hanno dato ragione al ricorso dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione), giudicando la delibera comunale “discriminatoria”, ed a quel punto il Comune, per ripicca, ha deciso di togliere l’incentivo a tutti. Nel frattempo, per rimediare al guaio erano entrate in azione 13 sigle del mondo cattolico (Acli, Adasm-Fism, Azione cattolica, Associazione nazionale famiglie numerose, Cisl, Fuci, Istituto Pro Famiglia, Movimento cristiano lavoratori, Movimento dei focolari, Pax Christi, Società San Vincenzo de’ Paoli, Ucid, Università Astolfo Lunardi), per fare quello che avrebbe dovuto fare il Comune: una raccolta di fondi destinata alle famiglie finanziariamente fragili (con un indicatore socio-economico al di sotto dei 15 mila euro) che avessero avuto bambini nel 2008. A differenza del bonus bebè, però, il donum bebè (lo hanno chiamato così) non pretendeva il requisito della cittadinanza, ma soltanto quello della residenza in città da almeno 3 anni. Risultato: 70 mila euro raccolti in circa 7 mesi, 69 famiglie aiutate (ma una ha avuto due gemelli, dunque ha preso il doppio), in maggioranza straniere. Alcune di loro le ho incontrate ieri sera, con i loro mocciosetti piagnoni, in un incontro organizzato per fare un bilancio dell’iniziativa e presentare, contestualmente, la pdl 2670 sulla cittadinanza. Mentre la spiegavo, dicendo che cosa cambierebbe se passasse, molti dei genitori avevano gli occhi lucidi: non pensavano a sé, mi hanno detto alla fine, ma ai loro figli. Bresciani come Mario Balotelli.
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Capisco che è difficile spiegarlo, ma alla Camera siamo in vacanza forzata. Dico vacanza perché mi piacciono i paradossi, sia chiaro: in realtà, per citare il mio caso, ieri ero in commissione ed oggi vado a Brescia, la prossima settimana sarò nuovamente in commissione e poi a Napoli, più naturalmente tutti gli incontri politici a Roma, il blog, facebook e robe varie. Credo che la maggior parte dei miei colleghi sia impegnata quanto me – e pure questo è difficile spiegarlo, perché agli occhi dell’opinione pubblica i parlamentari sono una massa di nullafacenti – ma il problema è un altro: il problema è che, per colpa del governo, i lavori dell’Aula sono bloccati e non voteremo più nulla fino a martedì 10 novembre. Il potere legislativo della Camera – che pure qualcosina da fare ce l’avrebbe, viste le migliaia di progetti di legge ancora pendenti nelle Commissioni di merito – è stato infatti annichilito da un diktat di Tremonti, che ha chiesto alla maggioranza di bloccare tutto ciò che comporti anche un solo euro di spesa. I soldi sono pochi, dice il ministro dell’Economia, e devo essere io a decidere la loro destinazione: non vi mettete in testa di togliermeli dalle tasche con le coperture finanziarie di questa o quella legge, perché non vi darò un centesimo. Le leggi a costo zero, però, sono pochissime, e nelle ultime settimane ci siamo trovati in Aula roba tipo l’istituzione della Giornata per le vittime di Nassiriya, il rinvio delle elezioni amministrative per la provincia dell’Aquila, le ratifiche di convenzioni internazionali, più qualche altro provvedimento che non rientra nei nostri compiti legislativi veri e propri: le autorizzazioni a procedere, ad esempio, oppure le mozioni, che in effetti stanno tenendo vivo il dibattito politico in un Parlamento asfittico. Nelle Commissioni, insomma, le proposte arrivano e, nella stragrande maggioranza dei casi, si insabbiano: vuoi per la linea tremontiana delle leggi a costo zero, vuoi per i dissidi politici che – una volta in Aula - potrebbero emergere all’interno del Centrodestra su determinati provvedimenti. Non è un caso che, nella conferenza dei capigruppo di ieri, sia stata rimandata di un mese la calendarizzazione della legge sulla cittadinanza, inizialmente rischiesta dalle opposizioni per novembre: il comitato ristretto sta andando avanti molto lentamente, perché la Lega sa che sotto elezioni non se ne farà nulla, e lo stesso sembra accadere per il testamento biologico. L’Aula di Montecitorio, insomma, lavora solo quando il governo la fa lavorare (mandandole i decreti da convertire): basta una lite interna con Tremonti, o magari anche una scarlattina al presidente del Consiglio, per farci chiudere baracca. Chi pensava di essere ancora in una Repubblica parlamentare, come ci avevano insegnato a scuola, rifletta.
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Le ripercussioni politiche, ve lo giuro, mi lasciano quasi indifferente: si troverà un nome alternativo a Piero Marrazzo, possibilmente credibile e gradito all’elettorato, e si cercherà di tenere il Lazio, pregando che il Centrodestra sbagli candidato. Neppure con il governatore uscente avremmo avuto certezze di farcela: il danno politico della vicenda è, dunque, abbastanza relativo. Ma c’è un danno più profondo, inferto alla politica nel suo insieme, che invece mi appare incommensurabile: perché in un colpo solo (questa storia parla infatti di auto blu, droga, prostituzione, ricatti e corruzione) si dà fiato a tutto quel sentimento anticasta che ci vogliono anni per spegnere e basta un secondo per riaccendere. Poi hai voglia di prendertela con le Iene, se vengono a farti un tampone davanti a Montecitorio: è chiaro che ti senti umiliato, pure se non hai nulla da nascondere, ma la situazione è così indifendibile che alla fine ti viene la tentazione – come propone La Russa, non senza demagogia – di sottoporti all’esame del capello per far vedere che il Parlamento non è un covo di tossici. Per quanto riguarda il sesso, d’altra parte, la situazione è ancora più compromessa: dal caso Mele in poi, siamo passati per le frequentazioni del premier ed ora siamo arrivati a quelle di Marrazzo. Ogni volta, c’era un pezzo della vita privata che sconfinava in quella pubblica: per il deputato Udc, il contrasto insostenibile fra la sua vita notturna e le sue iniziative parlamentari; per il presidente del Consiglio, l’influenza di quelle feste sulla compilazione delle liste elettorali e le bugie dette pubblicamente sul caso Noemi; per il governatore del Lazio, la sua ricattabilità. Non so se sia una coincidenza, ma in nessuno di questi tre casi è stato possibile separare con l’accetta la vita privata di un politico dalla sua dimensione pubblica. Né lo sarebbe se si venisse a sapere, fra qualche giorno, che magari il famoso Chiappe d’oro, l’ex ministro che condivideva con Marrazzo la passione per le trans di via Gradoli, è in Parlamento un baluardo dell’identità cristiana, o se qualche conducente di auto blu parlasse delle mattine passate in macchina ad aspettare un altro ex ministro, cliente fisso – anche durante l’orario di servizio – di un noto locale gay specializzato negli afterhours. Non è questione di destra o di sinistra, ma di ruolo che si ricopre: se fai la ballerina, o la modella, o il pugile, o l’attore, ogni volta che ti siedi a tavola devi pensare ad una serie di cose (calorie, grassi, proteine) che il resto del mondo può tranquillamente ignorare, mentre tu sei costretto a fare i conti con la tua forma fisica o con il tuo aspetto estetico. Se fai il politico, invece, devi saper discernere quanto un comportamento privato possa far perdere credibilità al tuo impegno pubblico, e – visto che, per dirla alla Bersani, non te l’ha ordinato il dottore – devi essere in grado di mettere qualche paletto. In compenso, puoi abbuffarti tranquillamente di Nutella.
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Speriamo che almeno i numeri mettano a tacere le chiacchiere: il rapporto Caritas, che in assoluto è lo studio più approfondito compiuto in Italia sul tema dell’immigrazione, spiega già dal sottotitolo (“Dati, interpretazioni e pregiudizi”) che la propaganda è cosa diversa dalla realtà. La relazione tra immigrazione e criminalità, infatti, non esiste; ne esiste invece una tra criminalità e presenza irregolare nel territorio italiano: non perché i clandestini (parola che detesto) siano antropologicamente più portati a delinquere, ma perché la precarietà li rende più esposti al rischio. Prima di andare avanti, sento l’obbligo di precisare che garantire la sicurezza dei cittadini è fra gli obblighi principali di uno Stato: sembra una banalità ripeterlo, ma noi del Centrosinistra, in particolare da Firenze in giù, facciamo storicamente fatica ad ammettere (ricordate la mia teoria della zanzara?), mentre Pdl e soprattutto Lega ne hanno fatto il loro baluardo. Alle dichiarazioni di principio non sono poi seguiti i fatti - stamattina 30 mila poliziotti hanno marciato in corteo contro il governo di Centrodestra, che è un po’ come se le suore manifestassero contro l’Udc – ma nel Paese se ne sono accorti in pochi: il problema, per l’opinione pubblica, non sono i tagli alle forze dell’ordine, ma gli immigrati. La Cei ci va giù durissima, come poche altre volte dall’inizio della legislatura: il pacchetto sicurezza, dice una nota ufficiale dei vescovi italiani, “ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti”, mentre occorre “considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli ad essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti”. Passando naturalmente per la cittadinanza (i vescovi hanno richiamato espressamente “una recente proposta di legge”: vi ricorda qualcosa?), che è stata il centro dell’intervento di Gianfranco Fini, invitato dalla Caritas a commentare il rapporto. Ho sentito tutti gli interventi di Fini sul tema e potrei farne l’esegesi: mi rendo conto, dunque, quando c’è una sfumatura particolare, quando fra le righe si nasconde un messaggio diverso dal solito. Il messaggio che ho colto oggi è questo: sarà difficile che la Lega ceda sugli adulti, ed è altrettanto improbabile che il Pdl si prenda il rischio di forzare la mano fino al punto di rottura, per dar retta - tra l’altro – ad una proposta di legge bipartisan su un tema delicatissimo. D’altra parte, però, ci sono le condizioni per un compromesso sui minori, aprendo la strada al nostro ius soli temperato. Bisognerà vedere come temperarlo: l’ipotesi del completamento di un ciclo scolastico è già prevista nella Sarubbi-Granata per i bambini che arrivano qui da piccoli, mentre chi nasce in Italia può anche diventare cittadino subito se i suoi genitori vi soggiornano legalmente da almeno 5 anni. La soluzione, insomma, non è lontanissima: il fatto che esca allo scoperto Fini (reduce, lo ricordo, da incontri con Berlusconi e Bossi) mi fa sperare che, prima o dopo le Regionali, possa sbloccarsi qualcosa.
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Per fortuna c’è Il Foglio a farmi pubblicità. Più che a me, alla mia proposta di legge sulla cittadinanza, ancora impantanata nella palude del comitato ristretto della Commissione Affari Costituzionali. I lavori, apro parentesi, vanno avanti lentamente, con un primo elenco di 10 punti controversi che la relatrice ha rinviato all’esame delle varie forze politiche: la mia sensazione, chiudo parentesi, è che si rimanderà a dopo le regionali. Già il mese scorso, Il Foglio pubblicò un estratto della Sarubbi-Granata; in questi ultimi giorni, ha dedicato al tema addirittura un’inchiesta, intitolata “L’Italia a chi la ama”, che proprio dalla pdl 2670 prende le mosse. Si scopre che le procedure attualmente in vigore per l’acquisto della cittadinanza sono completamente discrezionali: sia nei tempi (che sono certi solo nel caso di ius connubii, ovvero di acquisto per matrimonio) sia nelle modalità, perché nelle questure si improvvisano test di integrazione con domande fai-da-te. L’inchiesta di Cristina Giudice è molto equilibrata, davvero, e mette in campo tutte le variabili: il punto di vista dei funzionari di polizia, al buon cuore dei quali è legato l’avanzamento di ogni pratica; le diffidenze della Lega, per quegli immigrati che si considerano prima di tutto islamici e poi italiani; il parere degli esperti di diritto, che giudicano obsoleta la disciplina attuale.
Sergio Briguglio, fisico, esperto di politiche dell’immigrazione, ritiene per esempio che la legge debba essere assolutamente modificata per tre ordini di ragioni. “Innanzitutto per i tempi di attesa: sono lunghissimi e vanno accorciati, e infatti la proposta di legge di Sarubbi-Granata mi sembra un ottimo compromesso”, spiega al Foglio. “Il più grande intoppo per ottenere la cittadinanza è la richiesta di continuità della residenza, un criterio che spesso si scontra con la precarietà di molti immigrati che cambiano indirizzo e si dimenticano di informare il comune o con il fatto che la pratica viene sospesa durate l’attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Ecco perché nella nuova proposta di legge la residenza continuativa è stata sostituita con il permesso di soggiorno continuativo. Chi nasce in Italia dovrebbe avere diritto a diventare italiano con maggior automatismo anche se con dei vincoli, come per esempio un arco di tempo di residenza legale dei genitori”, aggiunge Briguglio. “Mi fanno un po’ sorridere questi quiz improvvisati di italianità che si fanno nelle questure: se si vuole essere rigorosi, e verificare lo stato di integrazione dei richiedenti, allora i criteri devono essere seri. Ecco perché la nuova legge propone la concessione della cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia dopo un ciclo di studi. Lo ius sanguinis aveva un senso quando si voleva proteggere gli italiani che emigravano all’estero, ma la società è cambiata ed è arrivata l’ora di adeguarci”. Certo non è sempre così facile ottenere la cittadinanza. Se, come è capitato spesso, alcuni immigrati di origine egiziana chiedono la cittadinanza ma poi lasciano figli e moglie nel paese di origine perché è lì che vogliono tornare, allora la riposta è negativa. O se, come è successo, cittadini marocchini ammettono di preferire che i figli studino in scuole arabe o rimandano le loro figlie in Marocco perché abbiano un’educazione islamica, allora il parere non è favorevole. O ancora: se, come è successo recentemente, una famiglia iraniana si presenta con l’interprete perché dopo molti anni di residenza i componenti non sanno ancora parlare l’italiano, la loro richiesta non viene neanche presa in considerazione.
Non ve la racconto tutta: se volete, qui c’è la prima puntata e qui la seconda. Mi copio solo la testimonianza Sabrina, origini brasiliane, ripresa dal blog di G2.
L’italianità è sentirsi a casa perché è questo che l’Italia per me rappresenta: la casa. Ma ogni tanto mi dimentico che l’Italia è una nazione appartenente all’Unione europea, uno stato semicircondato dal mare e confinante a nord con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Padania. L’Italia è una macchina burocratica lenta e ingiusta. l’Italia, è una parola vuota sulla bocca di tanta gente, che sembra prendere forma solo quando si tratta di definire ciò che è estraneo, che è diverso e per questo meno prezioso. L’Italia è una massa di gente per cui io sono e resto una straniera qualunque cosa faccia.
A proposito: l’altro giorno, dopo una vivace polemica con il ministro Maroni, ho chiesto all’archivio della Camera una copia della proposta di legge e gliel’ho messa nella casella di posta, con un mio biglietto da visita e due righe di commento. Almeno la prossima volta, prima di liquidarla con una battuta, saprà di che cosa sta parlando.
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