
Ero convinto che il congresso fosse da fare subito, ma ora che è stato deciso non sono più d’accordo con me stesso. Sentivo la Finocchiaro, Rutelli, Chiamparino, e non capivo perché insistessero per un rinvio: mi sembrava quasi un voler temporeggiare senza motivo. Il motivo, o almeno uno dei motivi, lo sto capendo in queste ore, ascoltando i toni da wrestling del nostro – chiamiamolo così – dibattito, solo che quelli del wrestling si menano per finta e noi per davvero: prima il videomessaggio di Franceschini e l’intervista della Serracchiani, poi le mazzate di D’Alema, dal Lingotto in poi anche il ciclone Marino. Capisco – anzi, immagino, vista la mia inesperienza in materia – che un congresso non sia una serata di gala, perché alla fine la guerra è guerra e tutto quello che vi pare; ma se andiamo avanti così, amici cari, al 25 ottobre non ci arriviamo proprio. C’è stato un momento, dopo aver toccato il fondo con le dimissioni di Veltroni, in cui abbiamo cominciato a risalire: quando è entrata in vigore la tregua sul fuoco amico, che ha permesso al nuovo segretario di abbozzare una linea politica senza doversi svegliare, ogni mattina, con il terrore di sfogliare i giornali per controllare chi gli avesse sparato contro. Poi uno potrà discutere sul merito di tale linea politica, chiedendosi se Franceschini abbia fatto bene o male, e d’altra parte il congresso serve proprio a questo; nessuno, però, potrà mettere in dubbio ciò che appare autoevidente, ovvero che quando i nostri dirigenti si massacrano a vicenda gli elettori non ci votano, perché istintivamente non si fidano più di noi. Un po’ il tafazzismo è nel nostro dna, e non possiamo farci niente se ci piace parlarci male addosso: provate lontanamente ad immaginare il primo intervento di Debora in un incontro del Pdl (o dell’Udc, o della Lega, o della stessa Idv) e ditemi voi come sarebbe andata a finire. Attenzione: credo che la discussione interna e la critica al leader siano in generale un segno di maturità, non un difetto, e sono ben lieto che – almeno da questo punto di vista – abbiamo molto da insegnare alle altre forze politiche. Ma basta poco per trascendere, per dimenticare che, fra una critica e l’altra, c’è un progetto comune da salvaguardare; ecco, quindi, che tale progetto si indebolisce ed i primi a non crederci più siamo noi stessi, seguiti a ruota dagli elettori. Dopo i primi errori, mi pare che Franceschini e Bersani lo abbiano capito, mentre Ignazio Marino – che è piombato nel duello a gioco ormai iniziato, e comprensibilmente alza i toni per ritagliarsi il proprio spazio - ancora no. Citavo sabato scorso, dai Liberi democratici, il mio timore di una corsa al ribasso sul tema della laicità: a forza di fare a gara tra chi è più laico, si arriva anche a distribuire patenti di dignità democratica (“e chi non è d’accordo stia fermo un giro”, do you remember?) e magari a mettere in discussione lo stesso principio della libertà di coscienza. Ma i circuiti di questa corsa, come abbiamo visto ieri sera, sono infiniti: la polizia cattura uno stupratore seriale, quest’uomo è (per disgrazia nostra, perché in tutto ciò siamo pure sfigati) coordinatore di un circolo del Pd e Marino – per rispondere alla legittima domanda di pulizia morale che viene dalla base del partito – fa la voce grossa contro i metodi di elezione dei coordinatori. Il ritmo tafazziano, finora, è da serie televisiva: una martellata sugli zebedei a settimana. Considerando che da qui al 25 ottobre mancano ancora 105 giorni, l’idea di altre 15 puntate così mi ammazza.


RSS - Posts


![Il Segretario accusa[1]... Il Segretario accusa[1]...](http://farm4.static.flickr.com/3032/3010375464_ff65ba4533_t.jpg)