Andrea Sarubbi

Liberi democratici

Luglio 4, 2009 · 10 Commenti

Ci eravamo lasciati, a parte la parentesi di ieri sul ddl sicurezza, con Walter Veltroni che imputava l’immobilismo dell’Italia all’assenza di un ciclo riformista. Detta in soldoni, per i non addetti ai lavori: le cose vanno male perché il Centrosinistra non ha governato abbastanza e dunque non ha potuto attuare il suo progetto. Due giorni dopo, l’intervento di Francesco Rutelli al convegno “Liberi democratici” mi ha dato l’impressione di una campana diversa ma complementare: il problema, ha detto in sostanza, non è stato solo nella quantità di tempo passato al governo, ma anche nella qualità, perché agli italiani il nostro riformismo è apparso “astratto, troppo alto, arrogante”, non riuscendo a “misurarsi sulla carne viva degli italiani”. Rutelli ha certamente un pregio, quello del pragmatismo, e va ripetendo da un anno che le paure e le insicurezze degli italiani sono il fattore principale di spostamento dei voti: per questo, e faccio solo un esempio, non bisogna considerare gli elettori dei cretini se pensano che l’immigrazione sia un problema per la propria sicurezza, ma al contrario bisogna fare in modo che si sentano più sicuri e non limitarsi a convincerli che la loro percezione non corrisponde alla realtà. È il solito discorso sulla pancia dell’elettorato, di cui sta pagando il prezzo anche Obama: la sua legge sui tagli al carbone, approvata per un pelo al Congresso e grazie al voto favorevole di alcuni repubblicani, ha l’appoggio teorico del 62% dell’elettorato, ma si scende al 32% quando gli americani capiscono che il nuovo provvedimento costerà a ciascuno circa 175 dollari l’anno. Poi, alla fine, Obama la legge la farà lo stesso, ed è giusto che sia così perché è una legge sacrosanta, ma quello che Rutelli ha voluto dire è che il limite del riformismo italiano (leggi: del Centrosinistra degli ultimi anni) è stato l’incapacità (o il rifiuto spocchioso, fate voi) di mettersi nei panni dell’italiano medio: e così, pur avendo validi amministratori e militanti generosi, il Pd si è trovato spesso in difficoltà, apparendo agli elettori come un gruppo di potere di cui sbarazzarsi. Fu questo il leit motiv della campagna elettorale di Alemanno, lo scorso anno a Roma; è stato così anche per Cesaro, un mese fa, alle provinciali di Napoli: il cittadino medio oggi dubita che il Partito democratico sia dalla sua parte, e questo è un dato di fatto. Un po’ è certamente un problema di comunicazione, che invece alla Lega riesce benissimo, ma bisogna andare più in profondità. Fra gli errori di questi anni, Rutelli ha citato l’appoggio alla Cgil contro Cisl e Uil (“Se un settore sindacale agisce in modo settario, dobbiamo essere i primi a dirlo. Non dobbiamo difendere la faziosità di una minoranza che danneggia la credibilità della maggioranza al mondo del lavoro”) e la posizione conservatrice sulla giustizia (“Abbiamo il dovere di difendere l’autonomia della magistratura dagli attacchi della destra, ma non possiamo difendere la faziosità che allontana la magistratura dai cittadini”), così come l’incapacità di snellire la burocrazia (“Non ci possono volere 4 anni per le autorizzazioni, se no gli investitori stranieri scappano”). L’attacco più forte all’esperienza passata di governo, però, l’ex vicepremier lo ha fatto parlando della mancanza di coraggio in vari ambiti: la cedolare secca sugli affitti per far emergere il sommerso è stata giudicata poco politically correct, perché avrebbe favorito i proprietari di più case, e non è stata introdotta; la stessa abolizione dell’Ici per le classi meno abbienti è stata giudicata poco politically correct, perché andava ad urtare i Comuni, ed è passata a fatica, quasi sottovoce, perché non si sapesse troppo in giro. Poi il Centrodestra l’ha sfruttata, vincendoci le elezioni, e tra un po’ introdurrà anche la cedolare secca sugli affitti, che spingerà molti proprietari di case sfitte a rimetterle sul mercato. Sul piano congressuale, Rutelli ha detto di non volersi coinvolgere in prima persona, perché la carica di presidente del Copasir non glielo consente; ha invitato, comunque, a superare l’impostazione di una leadership solitaria, “perché nessun capo democratico potrà mai eguagliare i capi populisti come Berlusconi”. Ha manifestato insofferenza per il dualismo Veltroni-D’Alema (“Un regolamento di conti iniziato un quarto di secolo fa”) e dubbi sullo schema organizzativo (“Fu approvato per una riconferma del segretario in carica, ma non si adatta al contesto di oggi”), annunciando pubblicamente l’appoggio per Dario Franceschini “se il suo programma è compatibile con i nostri obiettivi (a proposito: date un’occhiata al documento che abbiamo approvato) e se le responsabilità vengono condivise lealmente. E se non succede? Resteremo democratici, ma saremo molto più liberi”.

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