
“Veramente non me ne sono mai andato”, ha detto ad un certo punto del suo discorso. Ma per noi che non lo sentivamo aprire bocca da mesi, per noi che lo vedevamo arrivare in Aula da deputato semplice alla Sarubbi e schiacciare il bottoncino diligentemente, riscoprire la dimensione pubblica di Veltroni è stato comunque importante. E non lo dico in chiave congressuale, perché il mondo per fortuna non finirà il 25 ottobre, ma in un pensiero più ampio: uno come Walter lo vorrei sempre nel mio partito, nel mio Parlamento, nel mio Paese. Poi uno può discutere sulla sua gestione del Pd – e sono sicuro che tra voi ci saranno opinioni contrastanti – ma nessuno, credo, può dubitare della sua statura di politico, del suo senso delle istituzioni, della sua capacità di guardare largo. Del suo intervento nell’incontro di oggi pomeriggio al Capranica mi ha colpito, in particolare, proprio questa analisi dell’Italia, il “Paese al rovescio” in cui un uomo che sta dalla parte della legalità, come Roberto Saviano, vive braccato, mentre i capi della camorra continuano a fare il bello e il cattivo tempo. Un Paese con il Pil in calo, mentre le organizzazioni criminali fatturano 100 miliardi di euro l’anno. Un Paese che ha perso le virtù civili ed il senso delle regole. Un Paese che appare ormai rassegnato allo strapotere della criminalità organizzata, alla distribuzione iniqua delle ricchezze, al suo stesso immobilismo: chiunque abbia provato a scuoterlo è stato fermato, e l’assassinio di Aldo Moro ne è l’icona. Sostiene Veltroni che l’Italia non sia mai cambiata davvero perché non ha avuto mai la possibilità di sperimentare un ciclo riformista, che non significa brevi esperienze di governo ma un ciclo vero e proprio, come è successo invece in tutti gli altri Paesi occidentali. “In 8-10 anni – ha detto – un Paese si può trasformare, e deve essere proprio questa l’ambizione del Partito democratico”. Fra le trasformazioni già in atto, Walter ha ribadito la sua fiducia nel bipolarismo: rifiutarlo sarebbe “la tomba di questo Paese”, perché significherebbe tornare “ai governi di coalizione contrattati dopo il voto dalle segreterie di partito”. Il bipolarismo significa un maggior coinvolgimento dei cittadini, un rapporto più diretto con i candidati premier e quindi anche la possibilità di spostare voti (come ha fatto Obama, togliendone 9 milioni ai repubblicani) senza passare per i gruppi dirigenti. Fra le trasformazioni future, invece, Veltroni ha auspicato quella del welfare, con un patto generazionale che confermi la libertà di andare in pensione oltre una certa soglia, e la rivoluzione verde, che “è la condizione dell’autonomia dell’Occidente. C’è tanta prudenza verso le violazioni di diritti umani da parte di alcuni Paesi – ha ricordato, e questo è stato forse il passaggio che ho apprezzato di più – perché se la Russia o la Libia chiudono i rubinetti, sono guai”. Infine, qualche passaggio di politique politicienne che a molti di voi interesserà. Walter ha citato nel suo discorso almeno 5 o 6 volte Debora Serracchiani, che aveva parlato (senza entusiasmarmi, ma io non ho un palato facile) poco prima di lui, e l’ha apertamente difesa dalle critiche di questi giorni, rimproverandola solo di essere stata poco furba. Poi ha criticato i big del partito, che alle ultime Europee hanno fatto campagna elettorale solo per i candidati della loro corrente e non per il Pd. Infine – e rigiro il tutto ai miei amici campani – ha attribuito il nostro risultato deludente al problema delle classi dirigenti del Pd nel Mezzogiorno. Se lo dico io, è perché sono un paracadutato che non conosce il territorio. Se lo dice Uolter?


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