Andrea Sarubbi

Post da Giugno 2009

Il fattore Obama

Giugno 30, 2009 · 2 Commenti

Tra l’interminabile serie di emendamenti sul ddl energia ed il comitato ristretto per la legge sullo spettacolo dal vivo, oggi sono riuscito a parlare anche delle sorti del mondo: ho incontrato infatti per un’ora abbondante, in colloquio privato,  un diplomatico statunitense che conosce molto da vicino la situazione iraniana. La visione di Washington, mi è sembrato di capire, è molto pragmatica: Barack Obama non vuole intervenire direttamente perché teme un irrigidimento delle posizioni, ma cerca di fare pressioni indirette attraverso i Paesi politicamente più vicini a Teheran. L’altro giorno parlavo qui sul blog dei miei timori sulla Russia, visti i legami tra Ahmadinejad e Putin, ed il mio interlocutore li ha confermati: il prossimo incontro bilaterale fra Obama e Medvedev servirà proprio a fare chiarezza. Poi c’è la Cina, che si opporrà in ogni modo alle sanzioni: il G8, dunque, dovrà cercare strade alternative, per adottare una posizione comune che non sia una semplice enunciazione di principi. Obama, da parte sua, ha già parlato al Cairo, ed ora – mi ha detto l’ospite – è in una posizione di wait and see: aspetta di capire quali sviluppi prenderà questa protesta, diversa sia dai moti studenteschi del 1999 che dalla rivoluzione di trent’anni fa. Mi è sembrato di capire, nel colloquio di oggi, che gli Stati Uniti siano certamente consapevoli di trovarsi di fronte ad elezioni truccate da Ahmadinejad (se non altro, per la velocità di proclamazione dei risultati in un Paese che non adotta procedure elettroniche) ma che al contempo abbiano più di una riserva su Moussavi: innanzitutto perché – come spiegava bene xoth in un commento al mio post di domenica – l’ex primo ministro (ed attuale membro del Consiglio supremo della rivoluzione culturale) non costituisce un’alternativa alla teocrazia, ma è piuttosto un conservatore trovatosi a fare il riformista per sfruttare il dissenso crescente; inoltre, perché non appare in grado di guidare la protesta, che gli è ormai sfuggita di mano ed ha assunto proporzioni impreviste. Più di una volta, il mio interlocutore ha ribadito che la rivoluzione verde è innanzitutto una questione iraniana: una protesta che nasce da fattori interni, come la gestione disastrosa dell’economia da parte di Ahmadinejad, e che quindi gli Usa non intendono cavalcare. “Che cosa sarebbe accaduto – gli ho chiesto io – con Bush presidente, in queste condizioni?”. Si sarebbe cercato di trattare, mi ha risposto, come Condoleezza Rice tentò di fare nell’ultima fase del mandato. “E l’invito a completare con l’Iran l’opera avviata in Iraq, lanciato da parte dell’opinione pubblica americana?”. Non è più attuale, mi ha assicurato, perché oggi negli Usa nessuno pensa minimamente ad una nuova azione militare nell’area. E allora mi è venuta in mente un’altra domanda, quando però il mio interlocutore se n’era già andato: sarebbe finita allo stesso modo, in Iraq, con un Obama alla Casa Bianca?

Categorie: andrea sarubbi · diritti umani · economia · elezioni · globalizzazione · pace · parlamento · politica · usa
Messo il tag: , , , , , , , ,

Analisi di una sconfitta

Giugno 29, 2009 · 21 Commenti

Sono arrivato alla direzione regionale del Pd Campania, a cui appartengo in quanto parlamentare, mentre stava già parlando il segretario regionale. Ho capito subito che qualcosa non andava quando l’ho sentito definire “lusinghiero” il risultato elettorale di Rosaria Capacchione, su cui mi sono già scaldato parecchio dopo le Europee. O quando l’ho sentito attribuire la nostra sconfitta a “cause che vengono da lontano, come l’abbassamento del Pil”. Ma dopo gli iniziali esercizi di equilibrismo, nella relazione di Tino Iannuzzi sono emersi finalmente gli squarci di verità: la rottura di fiducia fra la società campana e le istituzioni guidate dal Centrosinistra in seguito alla tragedia della monnezza, il ciclo ormai chiuso di Bassolino, la necessità di un’innovazione vera e non di una continuità mascherata. A proposito del governatore, Iannuzzi lo ha giustamente accusato di fare tutto da solo, senza mai confrontarsi con il partito: così è avvenuto, ad esempio, nelle ultime nomine di assessori, che hanno definitivamente estromesso dalla giunta l’ala moderata del partito. Il tutto, mentre è già cominciata la fuga dei nostri amministratori più centristi verso Ciriaco De Mita: la sua non candidatura di un anno fa nelle liste del Pd alle Politiche, accolta dall’opinione pubblica come un segnale di rinnovamento, in Campania ci sta oggettivamente costando un bagno di sangue. Oggi ho sentito molte voci nostalgiche sull’ex leader democristiano, a dimostrazione di quanto cambino le prospettive a seconda del punto di vista: il mio è quello di un non campano, dunque il rancore attuale di De Mita mi colpisce più della sua esclusione passata; ma solo standoci dentro capisci che, senza di lui, il Pd campano ha perso anche un pezzo consistente della propria identità. E sullo stesso Bassolino, in realtà, il discorso è abbastanza complicato: visto da fuori, sembra una zavorra politica, che farà perdere le elezioni al Pd in eterno; visto da dentro, nel gioco delle preferenze alle ultime Europee ha dimostrato di saper spostare ancora parecchi voti, più di ogni altro leader in tutta la Regione, ed è quindi percepito da alcuni come una risorsa indispensabile per la sopravvivenza. Più passa il tempo, più mi rendo conto che il collegio elettorale affidatomi è, in assoluto, tra i meno facili da gestire: la politica napoletana è un intreccio difficile da districare, è un proliferare di personalismi, è un trionfo di clientele, è un sorgere continuo di alleanze che si sciolgono al primo sole. Non credo che avrò mai uno spazio politico qui, né è questo il mio obiettivo: cerco solo di fare del mio meglio, per cercare di portare in Parlamento i bisogni di chi mi ha eletto, e non c’è nessun’altra molla che mi spinge sul treno ogni settimana. Pensavo, però, che almeno si fossero accorti del mio impegno: invece, in maniera del tutto gratuita, oggi pomeriggio mi sono addirittura beccato una gogna pubblica dal vicepresidente della Regione, che mi ha citato come esempio di paracadutato da Roma e lontano dal territorio. Mi è venuto in mente quel fioretto che frate Francesco racconta a frate Leone, per spiegargli l’umiliazione più profonda: bussi alla porta del convento, sotto la pioggia, e i tuoi non ti lasciano entrare, perché non ti riconoscono. Bussi ancora, ma ti richiudono la porta in faccia, urlandoti di andare via. Bussi una terza volta e ti picchiano, scambiandoti per un brigante. Per San Francesco questa era la “vera e perfetta letizia”, ma io – che non ho ancora l’aureola in testa – vi confesso che ne avrei fatto volentieri a meno.

Categorie: Pd · andrea sarubbi · campania · elezioni · italia · monnezza · napoli · partito democratico · politica
Messo il tag: , , , , , , , , ,

Il governo latitante

Giugno 28, 2009 · 3 Commenti

La realtà è che siamo molto imbarazzati. Dal 2003 in poi (governo Berlusconi, governo Prodi, governo Berlusconi), i nostri scambi commerciali con l’Iran sono praticamente raddoppiati: oggi valgono 6 miliardi e 100 milioni di euro, probabilmente anche un po’ di più, e fanno dell’Italia il primo partner commerciale europeo di Teheran. Non per merito del Chianti, visto che in Iran un bicchiere di vino costa 80 frustate in piazza, né del prosciutto di Parma, poco gradito agli sciiti, ma del petrolio che importiamo e dei macchinari che esportiamo, insieme alle tecnologie: se il regime riesce a controllare i dissidenti, per dire, è anche colpa delle microspie e dei software che gli abbiamo venduto noi. Secondo Guido Olimpio – giornalista del Corriere della Sera, tra i massimi esperti italiani di terrorismo – negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio scambio: Ahmadinejad, che ha rapporti con le formazioni armate locali, mette una buona parola per i nostri contingenti in Afghanistan, Iraq e Libano sud; noi, in cambio, gli diamo “la tecnologia per le intercettazioni e, sembra, un’assistenza nel training della Vevak, la polizia segreta degli ayatollah”. A questo scenario, già abbastanza attorcigliato, si aggiunge un altro tassello che complica ulteriormente la situazione: il nostro premier attuale, infatti, è grande amico di Putin – tanto da giustificare la politica russa in Cecenia e definire “leggende” le cronache internazionali dei massacri di civili – e l’alleanza del Cremlino con Ahmadinejad non è un mistero per nessuno. Che cosa abbia intenzione di fare il nostro governo, a questo punto, non appare molto chiaro: mercoledì prossimo avremo un intervento di Frattini alle Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato (il nostro Roberto Giachetti aveva chiesto, nei giorni scorsi, di anticiparlo, e contemporaneamente di convocare a Palazzo Chigi l’ambasciatore iraniano, ma non ci hanno neppure ascoltato) e magari sapremo qualcosa di più. Nel frattempo, devo dirlo, l’imbarazzo continua, perché ogni notizia (sono sempre meno, per la verità) che arriva tramite i social network è un colpo al cuore. Andiamo avanti a braccialetti verdi, a bandiere esposte dai nostri amministratori locali, a sit in come quello della settimana scorsa al Pantheon, ad appelli come questo:

Da ormai dieci giorni assistiamo con preoccupazione e angoscia alla drammatica situazione che si è venuta a creare in Iran a seguito delle contestate elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno.
A scendere in piazza, in nome della libertà e della democrazia, sono stati e sono milioni di iraniani, per la maggior parte giovani. Abbiamo tutti negli occhi le immagini degli scontri tra manifestanti e forze di polizia, delle intollerabili violenze contro cittadini inermi che hanno portato alla morte di decine, forse centinaia di persone.
Tutto questo ci viene raccontato grazie al coraggio dei pochi giornalisti che hanno ancora modo di lavorare in Iran e attraverso le testimonianze dirette che riescono ad aggirare la censura grazie ad Internet. Le autorità hanno allontanato gli inviati stranieri e hanno incarcerato molti giornalisti iraniani, allo scopo di non far conoscere ai propri cittadini e al mondo la realtà del Paese.
Oggi è allora più che mai fondamentale che l’Italia, in coerenza con il pronunciamento europeo e forte di una grande tradizione di solidarietà nei confronti dei popoli impegnati a lottare per la libertà, faccia sentire la sua voce ed eserciti il suo ruolo affinché cessino immediatamente le violenze contro i manifestanti e sia garantito ad ognuno il diritto di esprimere in modo pacifico le proprie idee.
Chiediamo inoltre la liberazione di tutte le persone fermate in questi giorni e in particolare la riammissione nel Paese della stampa internazionale, al fine di garantire una libera e completa informazione.
Il Governo italiano trasmetta dunque alle autorità iraniane la ferma condanna della violenza in atto contro i manifestanti, e agisca in tutte le sedi europee ed internazionali in questa direzione, a sostegno della libertà e dei diritti del popolo iraniano.

Tra i firmatari, oltre a noi dell’opposizione, ci sono anche i capigruppo di Pdl e Lega. Il Parlamento, insomma, ha le idee chiare: attendiamo risposte dal governo, finora latitante, e vi faremo sapere.

Categorie: Pd · andrea sarubbi · berlusconi · diritti umani · economia · elezioni · europa · globalizzazione · italia · pace · parlamento · partito democratico · politica · usa
Messo il tag: , , , , , , , ,

Roba da Pd

Giugno 27, 2009 · 29 Commenti

Mi aspettavo un ritrovo più carbonaro, a dire la verità. Senza i big del partito e con un’età media più bassa, perché mi ero tarato sui promotori e non sulla possibile platea. Arrivato al Lingotto, per l’incontro dei piombini, mi sono trovato invece fra molti miei colleghi parlamentari (ne ho contati una venticinquina, certamente per difetto) e davanti ad una base piuttosto assetata di sangue. Agli appassionati del totocongresso potrei raccontare che Sergio Chiamparino ha fatto un’ottima figura, ma ha annunciato di non volersi candidare; Dario Franceschini ha confermato di voler puntare sul rinnovamento, che non è nuovismo, ed è stato comunque accolto con simpatia; Pierluigi Bersani ha preso applausi ricordando che, per quanto aspra possa essere la sfida interna, è importante non cadere nella tentazione di dire – evidente il riferimento ad una frase di Franceschini nel videomessaggio di candidatura –  “chi non è con me è contro il progetto del Pd”. Per non parlare di Ignazio Marino, quasi portato in trionfo, e ci mancava poco che facesse il bis. Ma i protagonisti veri della giornata non sono stati i vertici: la platea si infiammava soprattutto quando parlavano le Debore, gli iscritti giunti al Lingotto con il cahier des doléances, segno di una sofferenza diffusa nei confronti dell’attuale classe dirigente e, soprattutto, della promessa (finora inattuata) di costruire un partito veramente dal basso. Si è discusso molto di ricambio, di primarie (che io vedo difficili da realizzare in Italia fino a quando chi perde non smetterà di remare contro chi lo ha battuto) e di contenuti: dall’economia all’immigrazione, dal lavoro alla laicità. Sì, la laicità è stato un po’ il leit motiv della giornata: bastava nominarla per far venire giù la sala, bastava dire qualcosa sul testamento biologico e l’applauso scattava automatico. Ma era tutto piatto, troppo piatto per i miei gusti: il ritratto del cattolico Pd che ne veniva fuori era quello di un credente che, sì, aveva i suoi valori, ma se li teneva per sé, per non dare fastidio a nessuno. Un cristiano che non sporca, insomma: uno che, per paura di non essere considerato abbastanza laico, è disposto a confinare la propria fede alla dimensione privata delle preghiere della sera. Non è questo il Pd che sogno io, e l’ho detto pubblicamente, nel mio intervento: un intervento rischioso, perché da un momento all’altro mi aspettavo una scarpa in fronte, ma che non potevo evitare se stasera, una volta tornato a casa, volevo ancora guardarmi allo specchio serenamente. Ho parlato, senza rete, dei temi più delicati: la differenza fra la pillola del giorno prima e quella del giorno dopo, fra l’omofobia e l’adozione dei bambini da parte di coppie omosessuali, fra la laicità dello Stato e la dimensione pubblica della fede: su questo punto, in particolare, mi sono accalorato parecchio, spiegando che vietare ad un bambino ebreo di andare a scuola con la kippah, come accade in Francia, non laicizza il Paese in cui vivo, ma lo impoverisce. Ho ricordato che la laicità non si giudica dal risultato, ma dal metodo seguito per arrivarci: se no, come ho già scritto molte volte, sono laico quando concordo con il Papa sull’immigrazione ma non lo sono più quando la pensiamo allo stesso modo sull’idratazione. Ho citato, soprattutto, alcuni passaggi del discorso inaugurale di Obama: dal riferimento alla “promessa divina” che tutti gli uomini sono uguali e liberi, al fatto che “Dio conta su di noi per dar forma ad un destino incerto”, passando per l’immancabile “God bless America”. “Dio benedica il Lingotto”, ho detto io, e mi hanno pure applaudito. Pensavo che venissero a salvarmi le guardie svizzere, invece mi hanno applaudito. Roba da pazzi. Anzi, da Pd.

Categorie: Pd · andrea sarubbi · cattolici · franceschini · partito democratico · politica · usa
Messo il tag: , , , , , , , ,

Il Pd che vogliamo

Giugno 26, 2009 · 11 Commenti

Non so se rientro fra i giovani parlamentari a cui Dario Franceschini ha fatto riferimento due volte, mercoledì nel video della sua candidatura e stamattina in direzione nazionale, per indicare le nuove leve su cui il Pd dovrà puntare. Non lo so, davvero, e sinceramente mi sembra un aspetto marginale della questione. Il punto, e lo dico con l’onestà di sempre, è che per assistere alla partita secca tra Franceschini e Bersani non pagherei il biglietto: nulla da dire sulle qualità dei contendenti, ma dal Pd che vorrei mi aspetto qualcosa di più. Mi aspetto – senza nulla togliere a Mario Adinolfi ed alla sua iniziativa coraggiosa – un terzo candidato alla pari, ed anche un quarto: gente che si collochi lontano, il più possibile, dalle linee di frattura Veltroni-D’Alema, laici-cattolici, Ds-Margherita. Non voglio una finale, voglio un torneo: dove emergano, più che i campioni, il gioco di squadra; più che i candidati, per quanto ottimi, i loro contenuti e le loro strategie. È per questo che domattina sarò al Lingotto, in mezzo ai piombini, da ospite magari poco interessante ma certamente molto interessato: non a nuove cordate, non ad aprirmi spazi personali nel partito, ma ad un confronto di idee fra persone che hanno, più o meno, la stessa età e che non hanno ancora rinunciato al progetto di un partito nuovo. Avremo certamente dei nodi da sciogliere: mi hanno invitato a parlare di laicità, e visti i precedenti nei circoli credo che per uscire vivo dovrò farmi scortare dalle guardie svizzere. Ma almeno parleremo, cacchio, e nel panorama politico attuale mi pare già un miracolo. Del Lingotto, comunque, vi dirò domani: oggi vorrei farvi leggere un documento che ho sottoscritto nei giorni scorsi, insieme ad un centinaio di persone. Si intitola “Il Pd che vogliamo” e mi auguro che qualcuno, tra Franceschini e Bersani, gli dia una letta e ne faccia tesoro. Oppure, se ciò non avverrà, che uno a caso dei firmatari – me escluso, naturalmente – si candidi alla segreteria del partito.

L’Italia ha bisogno di una politica più degna e di un Partito Democratico più credibile. Ha bisogno di un grande partito progressista, casa comune delle culture riformiste ed ecologiste.
Ne ha bisogno subito, per fare fronte ai costi sociali della crisi economica mondiale e preparare la ripresa puntando sull’economia della conoscenza, dell’ambiente, del lavoro di qualità, delle eccellenze territoriali. Ne ha bisogno per il suo futuro, per liberare e valorizzare le sue grandi potenzialità e per superare le arretratezze, gli immobilismi, le ingiustizie, i privilegi che hanno minato in profondità la fiducia dei cittadini in un futuro di miglioramento personale e di progresso sociale: siamo una grande nazione, ma non ci sentiamo quasi più una comunità, mentre crescono individualismi, egoismi, localismi.
Promuovere quest’opera di profondo cambiamento politico dando nuova linfa e nuove gambe al riformismo italiano, è la ragione da cui è nato il Partito Democratico. Per nutrirla e affermarla, per costruire un’alternativa vincente alla destra più inquietante e anti-ambientale d’Europa, che continua a raccogliere così larghi consensi, serve un partito non di ex, ma di donne e uomini uniti da una stessa idea della politica e del futuro. Di donne e uomini che dalla politica pretendono risposte utili a migliorare la loro vita, e utili al tempo stesso a migliorare il mondo.
Vogliamo un partito che riprenda il cammino di rinnovamento inopinatamente interrotto, deciso a non rinchiudersi nel recinto angusto di anacronistiche contrapposizioni e consumati personalismi.
Vogliamo un partito di popolo, non di élite né di nomenclature, consapevole che la prima, la più importante delle nostre alleanze è quella con il numero maggiore possibile di italiane e di italiani.
Vogliamo un partito che riconosca la centralità dei circoli quali strumenti prioritari per il radicamento territoriale.
Vogliamo un partito che finalmente somigli, nei suoi gruppi dirigenti, nei suoi amministratori, nei suoi eletti, alle speranze e alle convinzioni degli oltre tre milioni di cittadini che meno di due anni fa votarono per la sua nascita. Un partito orgoglioso d’essere in Europa la prima grande forza progressista che ha scelto di fondere tra loro diverse anime del riformismo, e che apra la via per la costruzione di una nuova compagine riformista dove si ritrovino insieme socialisti, democratici, ecologisti.
Vogliamo un partito più coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no.
Sì alla green economy come risposta alla crisi economica e a quella climatica e come motore di sviluppo, occupazione, progresso tecnologico. No al nucleare del passato, pericoloso e costosissimo, e a chi ragionando con la mentalità di mezzo secolo fa continua a considerare l’ambiente un ostacolo per l’economia.
Sì a un welfare rinnovato che metta al centro la persona, la dignità e la sicurezza del lavoro, le pari opportunità per i giovani e per le donne, la lotta alle povertà. No ai monopoli e alle corporazioni che paralizzano la società e non valorizzano il merito.
Sì a una rivoluzione fiscale che alleggerisca il prelievo su lavoro e imprese , che scoraggi lo spreco di materie prime e le produzioni più inquinanti. No a chi vorrebbe rinunciare alla leva fiscale come fattore di redistribuzione della ricchezza e di promozione dei beni pubblici .
Sì a leggi e politiche che rafforzino la sicurezza dei cittadini contrastando la grande e la piccola criminalità. No ad ogni tentazione di rincorrere o anche soltanto di giustificare derive xenofobe e razziste .
Sì a più diritti civili, a diritti universali di cittadinanza, a una piena e forte affermazione dei valori di laicità dello Stato e delle leggi. No a tutte le pretese di Stato etico.
Sì a molte più risorse e più attenzioni per la scuola, la cultura, la ricerca . No ai regali di Stato a oligarchie politiche ed economiche sul “modello Alitalia”.
Sì all’edilizia di qualità , al risparmio energetico, alla mobilità sostenibile, alla sicurezza antisismica. No all’abusivismo edilizio e al consumo illimitato di territorio .
Vogliamo un partito che sappia pensare globalmente, per capire la realtà complessa del mondo attuale. Che sappia agire localmente, immergendosi fino in fondo nelle aspettative, negli interessi, nelle preoccupazioni delle comunità che ha l’ambizione di rappresentare.
Vogliamo un partito che si batta contro tutte le illegalità: dalla criminalità organizzata alle ecomafie, dalla criminalità quotidiana che semina insicurezza soprattutto tra i più deboli all’impunità per i potenti. Un partito che faccia sua la questione morale , quella stessa sollevata trent’anni fa da Enrico Berlinguer e tuttora attualissima, che si batta sempre e dovunque per una politica trasparente e responsabile. Un partito che chiuda le sue porte ai disonesti e agli affaristi, che predichi e razzoli bene, che non difenda come sui rifiuti in Campania amministratori indifendibili solo perché sono “suoi” .
Vogliamo un partito aperto e accogliente, un partito che ami di più gli italiani e che s’identifichi con le risorse migliori e le ricchezze più grandi dell’Italia: le mille economie territoriali che danno alimento al made in Italy e le piccole e medie imprese che ne sono il fulcro, le eccellenze nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, i tesori di natura e di cultura del Bel Paese, il volontariato al quale milioni di cittadini regalano ogni giorno un po’ del loro tempo.
Solo un Partito Democratico così potrà contribuire a ridare speranza, la speranza di un futuro migliore, all’Italia e agli italiani. Solo un partito così potrà riconquistarne la fiducia.

 

Credo di essere stato tra i primissimi a sottoscrivere questo manifesto e, quando Ermete Realacci me lo ha proposto, non ci ho pensato neanche un attimo. Via via, si sono aggiunte molte firme, che trovate qui: se vi va, mandate una mail a ilpdchevogliamo@gmail.com e poi, se vorrete candidarvi al congresso di ottobre, io vi voterò. Promesso.

Categorie: Pd · ambiente · andrea sarubbi · franceschini · partito democratico · politica
Messo il tag: , , , , , , ,