Il regalo di compleanno migliore, senza saperlo, me lo ha fatto mercoledì il governo. La discussione sulla missione in Georgia, infatti, è stata la prima occasione dall’inizio della legislatura per parlare in Aula di politica estera (e non è un buon segnale, visto che siamo qui dal 29 aprile) e così ne abbiamo approfittato per sollevare questioni che ci stavano a cuore, anche se non direttamente legate alla situazione georgiana. Ci preoccupa, per esempio, che tra i tagli dell’ultima manovra economica ci sia anche il taglio al Fondo per lo sminamento: l’Italia – tra i principali produttori di mine antipersona – ha preso l’impegno formale di bonificare le zone di guerra dagli ordigni inesplosi, e questo impegno comporta naturalmente dei costi. Così abbiamo presentato quattro ordini del giorno simili, ma dedicati a diverse zone di guerra (Kosovo, Bosnia – Erzegovina, Afghanistan e Libano), per impegnare il governo a ripristinare questi fondi. Ero rassegnato alla bocciatura, invece l’ordine del giorno è stato approvato: è chiara la preoccupazione del Centrodestra di fare brutta figura con l’opinione pubblica, ma ora bisognerà vigilare seriamente sul rispetto degli impegni presi.
ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, anch’io torno su questo tema, poiché è piuttosto importante. Anche il presente ordine del giorno, come i precedenti, affronta l’argomento delle mine antipersona, che non è tema di destra, né di sinistra: è piuttosto un tema caro alle persone di buona volontà che (ne sono sicuro) in quest’Aula non mancano. Appena arrivato in Parlamento, insieme alla collega Isabella Bertolini del Popolo delle Libertà, ho presentato un progetto di legge per l’abolizione delle cluster bomb, le bombe a grappolo. La proposta è stata assegnata alla Commissione esteri e spero venga calendarizzata presto; essa ha comunque trovato molti firmatari sia nella maggioranza, sia nell’opposizione. Il 3 dicembre, l’Italia firmerà ad Oslo la Convenzione che mette al bando queste munizioni cluster, armi indiscriminate che disseminano i territori colpiti di pericolosissimi ordigni inesplosi, ma innescati. Questa, in realtà, è una buona notizia, però da sola non basta. Non bisogna dimenticare, infatti, la sofferenza delle popolazioni già colpite da mine e da residuati bellici esplosivi, che vivono accanto a territori contaminati e che, in molti casi, purtroppo, ne hanno già patito le conseguenze sulla propria pelle. Un attimo fa ho fatto riferimento alla Convenzione di Oslo sulle cluster bombs. Vorrei ricordare che questa Convenzione è stata sostenuta da un ordine del giorno votato all’unanimità dal Senato il 28 maggio scorso. Per le mine antipersona esiste, invece, la Convenzione di Ottawa, che è stata firmata – lo abbiamo già ascoltato – da 156 Paesi, tra cui l’Italia. È vero che grazie a questa firma si è già provveduto alla distruzione di 42 milioni di mine, di cui oltre 7 milioni da parte italiana e che negli ultimi cinque anni sono state dimezzate le vittime causate delle mine antipersona. Tuttavia, è altrettanto vero che i 42 milioni di mine distrutti, che sembra una cifra impressionante, rappresentano soltanto un quinto di tutte le mine in circolazione: ne restano, infatti, ancora più di 160 milioni, tuttora in possesso di Paesi che non hanno firmato la Convenzione di Ottawa oppure di attori non statuali. Proprio il Ministero degli affari esteri, quello della difesa e quello dello sviluppo economico hanno messo in evidenza, nell’ultima relazione sull’attuazione della legge per la messa al bando delle mine antipersona, la necessità di distruggere gli arsenali esistenti e di sminare quanto prima le aree contaminate. Stiamo parlando di vite a rischio e di probabili emergenze umanitarie future che è possibile evitare. Se siamo tutti d’accordo, allora, qual è il problema? Quello solito, purtroppo: la spesa. I tagli dell’ultima manovra economica hanno azzerato il Fondo per lo sminamento umanitario, creato nel 2001 con il sostegno di tutti gli schieramenti. A cosa serve questo Fondo? A campagne di educazione sulla presenza delle mine e sulla riduzione del rischio; al censimento, alla mappatura, alla demarcazione e alla bonifica di campi minati; all’assistenza alle vittime; alla ricostruzione e allo sviluppo delle comunità che convivono con la presenza di mine; al sostegno all’acquisizione e al trasferimento di tecnologie per lo sminamento e così via. Il Fondo per lo sminamento, come dicevo, è stato azzerato e questo è un disimpegno che stride con gli impegni internazionali. A Dublino, infatti, abbiamo firmato, insieme ad altri 100 Paesi, un accordo internazionale per la messa al bando delle mine antipersona. Quando il Papa, in un Angelus di maggio, lanciò un appello internazionale per bandire le armi più crudeli, tutti gli schieramenti politici si dissero d’accordo. Ogni anno si registrano migliaia di nuove vittime di mine e ordigni inesplosi, l’85 per cento delle quali sono civili e il 20 per cento sono bambini. Il numero di vittime civili resta rilevante anche in luoghi dove la guerra è finita da tempo, come il Kosovo: l’esercito jugoslavo in Kosovo usò delle mine, l’UCK usò mine, la NATO lanciò bombe a grappolo, che oggi hanno lasciato sul territorio diverse migliaia di ordigni inesplosi (le stime vanno da 14 mila a 56 mila, ma è comunque un numero rilevante). Chiaramente, la presenza di mine costituisce un ostacolo serio allo sviluppo di un Paese ancora politicamente e socialmente instabile. Sono ancora insufficienti anche le iniziative di informazione e sensibilizzazione della popolazione locale, con particolare riferimento ai bambini che – attratti da quelle sub-munizioni deposte sul terreno, che sembrano giocattoli – sono tra i soggetti particolarmente esposti. Vorrei concludere ricordando l’impegno dell’ordine del giorno a mia prima firma, che è quello di adottare iniziative utili a ripristinare il Fondo per lo sminamento umanitario, promuovendo iniziative di sensibilizzazione e formazione della popolazione locale, tanto serba quanto kosovara, programmi di mine risk education destinati ai bambini. A me sembra un segnale importante in vista della Conferenza di Oslo, perché l’Italia non può presentarsi ad Oslo a mani vuote: è una occasione, insomma, per dimostrare la nostra credibilità internazionale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).



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2 risposte finora ↓
stefano canu // Novembre 21, 2008 a 21:28
caro andrea,
da parte di chi è stato, come me, per due anni in angola a coordinare progetti per vittime di mina antipersona un solo commento:
ottimo intervento
servirà a molto, a poco, non so. Ma nel mondo c’e’ sempre bisogno di uomini e donne di buona volontà
ciao
stefano
Sergio1963 // Novembre 22, 2008 a 10:52
Complimenti sia a te Andrea e sia a Stefano.
Tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono persone di buona volontà.