Non ho ancora scritto nulla sulle violenze anticristiane in India, ed il fatto che fossi in vacanza non mitiga il senso di colpa. Lo faccio ora, perché ieri sera mi è arrivato un appello del Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere: l’Istituto, per capirci, di padre Giancarlo Bossi, il missionario italiano rapito l’anno scorso nelle Filippine e sequestrato dopo 40 giorni di prigionia. E’ un appello che il direttore del Centro cultura ed attività missionaria del Pime di Milano, padre Gian Paolo Gualzetti, ha inviato a diversi politici: tra questi, alcuni membri dell’Integruppo per la sussidiarietà, del quale faccio parte anch’io. “Abbiamo letto le dichiarazioni di questi giorni – scrivono i missionari del Pime - e abbiamo avuto notizia della convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore indiano in Italia. Abbiamo, però, paura che siano espressioni ancora troppo generiche. Temiamo che, una volta spenti i riflettori della cronaca, in Orissa la situazione ritorni come prima. È quanto – purtroppo – abbiamo visto con i nostri occhi succedere dopo le prime violenze, quelle che avevano colpito la stessa zona nel dicembre 2007. Siamo stati in Orissa in questi mesi. E sulla base di questa esperienza, a maggio avevamo denunciato le scandalose inadempienze del governo locale nelle indagini sui responsabili delle violenze e nei risarcimenti alle vittime; sulla nostra rivista Mondo e Missione era apparso un reportage dal titolo eloquente: ‘Orissa, i perseguitati di serie B’. Purtroppo i fatti ci hanno dato ragione”. Poi, allegata all’appello, c’è una lettera inviata al governatore dell’Orissa, Murlidhar Chandrakant Bhandare, in cui i missionari scendono nel dettaglio: “Sono state stuprate suore, centinaia di pastori, preti e attivisti religiosi sono stati feriti. Oltre quaranta chiese sono state distrutte, molte per la seconda volta, oltre alle centinaia e centinaia di case ancora una volta bruciate nelle città, nei villaggi e nelle foreste. I cristiani sono stati braccati come animali. Nel caso in cui lei non abbia ricevuto adeguate informazioni dai suoi servizi di intelligence, le alleghiamo un elenco incompleto degli omicidi e dei danni inferti in Orissa, in base ai dati da noi raccolti dalle vittime e dai familiari dei morti”. Poi partono le accuse. Contro il primo ministro dello Stato di Orissa, colpevole di non aver fermato la pulizia etnica; contro il gruppo fondamentalista indù Sangh Parivar e le sue componenti, colpevoli di averla messa in atto; contro la polizia, che “ha fatto finta di non vedere per mesi” e “spesso si è resa complice delle violenze”, addossando ai cristiani le colpe delle tensioni. Infine, una serie di richieste: affidare il controllo del distretto di Kandhamal all’esercito indiano, cercare le persone scomparse, risarcire le famiglie delle vittime e la stessa Chiesa locale, istituire tribunali, far tornare a casa le “decine di migliaia di cristiani tribali e dalit che si nascondono nelle foreste, molti dei quali senza cibo e acqua potabile”. L’appello ai politici italiani si conclude con un invito: “non fermarsi alle enunciazioni di principio, ma a formulare alle autorità indiane richieste di passi e garanzie concrete, verificabili dalla comunità internazionale”. La mail arrivata a me con un’ulteriore richiesta: “Andrea, dacci una mano e fallo arrivare sul serio a Montecitorio!”. Ci proverò. Chi vuole, intanto, mandi una mail a mondoemissione@pimemilano.com, indicando nell’oggetto: Solidarietà ai cristiani in India.
I dimenticati di Orissa
Settembre 5, 2008 · Lascia un Commento
Categorie: Pd · andrea sarubbi · cattolici · diritti umani · pace · parlamento · partito democratico · politica




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