
De Gregori? Macché. Vasco? Per carità. Springsteen? Figuriamoci se perde tempo con la musica straniera. Per Oreste – 31 anni, trentuno – l’unica canzone degna di questo nome è quella napoletana. E di una certa epoca, sia chiaro: mica Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio o i neomelodici che riempiono la programmazione delle tv locali. No, no. Oreste arriva fino a Domenico Modugno (la produzione napoletana di Modugno, si capisce), apprezza Renato Carosone, ma si sente più a suo agio con la sceneggiata e letteralmente si entusiasma per tutte quelle canzoni di inizio secolo che la maggior parte dei suoi coetanei non ha mai sentito neanche dalla nonna. Quando giriamo con la macchina di Federico, lo stereo è spento: ci pensa Oreste. A volte va su richiesta (la mia preferita è ‘A tazza ‘e cafè, che mi ricorda Solen, mentre Federico ha un debole per ‘E llampadine), molto spesso fa le scalette da solo: ieri, per esempio, ce ne ha cantata una che parlava di due musicisti napoletani in Paradiso. Si esibiscono davanti a San Pietro e lo lasciano e a bocca aperta. “Se vieni giù da noi – gli dicono, più o meno – puoi ascoltare questa musica tutto il giorno”. Dopodiché sentono nostalgia e se ne tornano a Napoli, perché è meglio del Paradiso. Questo pensavano i napoletani della propria città, circa un secolo fa.


![Andrea si confronta con il card[1]. Kasper Andrea si confronta con il card[1]. Kasper](http://farm3.static.flickr.com/2185/2314611470_ea6fffed1d_t.jpg)
