
L’ostacolo più grande che mi separa dalla mia missione in Parlamento, dicono gli esperti, non si chiama Berlusconi, ma astensionismo. Perché pare che, mentre gli elettori campani del Pdl andranno alle urne in massa, quelli del Pd siano fortemente tentati dalla voglia di restare a casa, in segno di protesta contro la situazione attuale. Il che, come si può facilmente capire, altererebbe di molto la distribuzione dei seggi. Ogni giorno incontro persone intenzionate a non votare: prima ancora di dire loro in quale lista mi trovo io, cerco di far capire a tutti che, se anche andassero a votare soltanto 15 persone in tutta la provincia di Napoli, verrebbero eletti ugualmente 33 deputati. Non uno di meno. Certo, in alcuni casi (penso ai referendum) l’astensionismo è un segnale politico; ma nelle elezioni lo è molto meno, e – perdonatemi il cinismo da giornalista – fa notizia solo nel breve periodo di tempo che va dall’apertura delle urne al primo exit poll. Nel saggio “Postdemocrazia”, il sociologo politico Colin Crouch indica nell’astensionismo un sintomo di “scarsa salute della democrazia”: paradossalmente, scrive, “ogni volta che consideriamo un disastro o un fallimento risolto con le dimissioni di un ministro o di un funzionario, diventiamo conniventi con un modello che considera il governo e la politica come un affare riservato a piccoli gruppi decisionali di élite”. È vero, la classe politica attuale è ben lontana dalla migliore possibile. Ma perché rinunciare all’unico strumento che abbiamo per rinnovarla, lasciando la scelta in mani poco sicure?


![Andrea si confronta con il card[1]. Kasper Andrea si confronta con il card[1]. Kasper](http://farm3.static.flickr.com/2185/2314611470_ea6fffed1d_t.jpg)
