Entries from Marzo 2008

Quella di Fuorigrotta è, per il Pd, una sede storica: è quella, tanto per capirci, che può vantarsi di aver portato in Senato l’attuale presidente della Repubblica. Nei quadri alla parete, che immortalano le prime pagine storiche dell’Unità, si respira aria di militanza; nelle facce della platea si tocca con mano la passione. Arrivo qui un po’ nervoso - il traffico ci ha bloccato e la gente mi aspetta da mezzora - e l’umore peggiora ulteriormente quando vedo il manifesto: hanno sbagliato il cognome, regalandomi una R che non mi appartiene. “Ce ne siamo accorti tardi”, si scusa il presidente della municipalità, Peppe Balzamo, che si fa perdonare subito con una carrambata: ha invitato, per l’occasione, un mio quasi parente, anche lui Sarubbi con una R sola, originario - come mio padre - di Lauria. L’incontro ha per tema “Precariato, giovani, donne e famiglia”, ma la parte più interessante non è certo il mio intervento: ognuno dei presenti ha un problema da manifestare, un’idea da proporre, una storia da condividere. C’è la mamma di un bambino disabile che non ha trovato insegnanti di sostegno, l’ingegnere che ha brevettato un sistema salvavita legato al telefonino, la pensionata che fatica ad arrivare a fine mese, il militante preoccupato per il distacco della politica dalla vita reale, il credente che mi guardava su Raiuno, il laico che mi chiede un’opinione sui Dico. Vado via contento, direi confortato, ma con una consapevolezza in più: parlare a 100 persone guardandole negli occhi è molto più difficile che parlare a 3 milioni attraverso una telecamera.
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De Gregori? Macché. Vasco? Per carità. Springsteen? Figuriamoci se perde tempo con la musica straniera. Per Oreste – 31 anni, trentuno – l’unica canzone degna di questo nome è quella napoletana. E di una certa epoca, sia chiaro: mica Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio o i neomelodici che riempiono la programmazione delle tv locali. No, no. Oreste arriva fino a Domenico Modugno (la produzione napoletana di Modugno, si capisce), apprezza Renato Carosone, ma si sente più a suo agio con la sceneggiata e letteralmente si entusiasma per tutte quelle canzoni di inizio secolo che la maggior parte dei suoi coetanei non ha mai sentito neanche dalla nonna. Quando giriamo con la macchina di Federico, lo stereo è spento: ci pensa Oreste. A volte va su richiesta (la mia preferita è ‘A tazza ‘e cafè, che mi ricorda Solen, mentre Federico ha un debole per ‘E llampadine), molto spesso fa le scalette da solo: ieri, per esempio, ce ne ha cantata una che parlava di due musicisti napoletani in Paradiso. Si esibiscono davanti a San Pietro e lo lasciano e a bocca aperta. “Se vieni giù da noi – gli dicono, più o meno – puoi ascoltare questa musica tutto il giorno”. Dopodiché sentono nostalgia e se ne tornano a Napoli, perché è meglio del Paradiso. Questo pensavano i napoletani della propria città, circa un secolo fa.
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Ci sono due assessori molto amici. Uno di Napoli, che vive in una casa normalissima di un quartiere anonimo, e l’altro di Milano, che ha una villa con parco privato in una zona residenziale. Quando l’assessore napoletano va a trovare il collega milanese, quasi gli prende un colpo: “Ma come hai fatto a comprarti una casa così bella?”. “Vedi quella superstrada? Con tutti i soldi che ci sono avanzati, mi sono fatto la villa”. L’anno dopo, il napoletano ricambia l’invito: l’assessore milanese quasi sviene, quando si trova in un enorme grattacielo con vista mozzafiato, piscine interne, ascensori e palestra. “È casa tua? E come hai fatto?”. “La vedi quella superstrada?”. “Quale superstrada? Non vedo niente”. “Eh, appunto!”. Ho raccontato questa vecchia barzelletta – sentita da un mio amico napoletano – a un gruppo di imprenditori che, se non fossero onesti, potrebbero costruirsi una decina di grattacieli a testa. Sono i responsabili di Meridiana Italia e Progetto nuova impresa, due società che si occupano della gestione dei fondi europei in Campania. I soldi che girano – mi hanno spiegato – sono molti: tra il Fondo sociale europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Programma di sviluppo rurale e lo stesso Fondo aree sottoutilizzate (quest’ultimo tutto a cura del governo italiano), nei prossimi 6 anni ci sono da gestire quasi 15 miliardi di euro. I criteri stabiliti dalla Commissione europea sono piuttosto rigidi: intanto, si tratta sempre di progetti co-finanziati per metà dall’Ue e per metà dal Paese che riceve i fondi; lo stesso Paese, poi, deve impegnarsi a sostenere le politiche regionali di sviluppo anche con proprie risorse; infine, i progetti (tutti ad impatto ambientale sostenibile) devono provocare un aumento dell’occupazione e del Pil. Funziona davvero? Solo in parte, e non per colpa dell’Ue né di chi gestisce i suoi contributi: gli investitori istituzionali (Enel e Ferrovie dello Stato, per esempio) stanno investendo meno nel Mezzogiorno, provocando dunque una riduzione del Pil regionale. E i fondi europei, che dovevano servire da volano, negli ultimi 2-3 anni stanno solo tappando i buchi.
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Trucco, microfono, luci: via, si riparte! Non sono gli studi di Saxa, non c’è la voce di Marco e Gaia in regia, non ci sono gli autori e la produzione a darmi consigli e rassicurarmi sull’arrivo degli ospiti. Siamo a Napoli tv, tra un poster di Sofia Loren e uno di Totò, e stavolta non conduco nulla: sono ospite. Per la precisione, l’unico ospite di questo spazio elettorale, sulla sedia che poche ore fa è stata di Massimo D’Alema, Antonio Di Pietro, Daniela Santanchè e non mi ricordo più chi altro. La cosa più difficile non è rispondere alle domande, ma restare concentrato: il ritorno in tv, per la prima volta da quando ho lasciato “A sua immagine”, è un uragano di emozioni che mi si accavallano in testa. Le giornaliste guardano con curiosità la mia destrezza al trucco, il tecnico audio si meraviglia quando mi sposto il microfono da solo, gli operatori non capiscono come faccia un ospite a precedere gli stacchi di camera. Ragazzi, qui gioco in casa. Un po’ mi manca, lo confesso: è come rivedere un’ex fidanzata a cui vuoi ancora bene. Passano due giorni e mi ritrovo a Metropolis tv, dalle parti di Castellammare: l’intervista, stavolta, è addirittura in uno studio virtuale, come quello di Piero Angela che mi faceva tanta invidia. L’emozione è passata, parlo a macchinetta e non mi sento più sulla sedia sbagliata. Alea iacta est.
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L’ultima volta che siamo andati insieme in pizzeria, a Casalpalocco, mio fratello Vanja ha ordinato una “wurstel e patate”. O forse era una “cozze e vongole”: la “wurstel e patate” era la volta prima. Da Michele a Forcella, invece, la pizza è solo Margherita. Con due varianti, per i clienti più complicati: marinara o bianca. Eppure, per sedersi bisogna prendere il numeretto, aspettare una quarantina di minuti e poi dividere il tavolo di marmo con l’avventore che la sorte ti avrà messo accanto: nel peggiore dei casi, è un tuo potenziale elettore che appena sente parlare di politica ti chiede di cambiare discorso, per non rovinarsi il gusto della pizza. E la pizza, in effetti, è meravigliosa: ancora di più se - come è capitato a me ieri - un’ora prima hai visto macinare il grano con i tuoi occhi, nel molino che da tre generazioni fornisce la farina a tutti i pizzaioli napoletani. Lo dirige un ragazzo della mia età, Antimo Caputo, che dal padre e dal nonno ha ereditato la passione per il suo lavoro. La visita alle macchine che trasformano il grano in crusca, semola e farina è stata, in realtà, un lungo incontro con i dipendenti dell’azienda: persone che lavorano lì da anni, che hanno visto crescere Antimo e che al molino di San Giovanni a Teduccio si sentono a casa. Parlavo con loro e ripensavo alle parole di Bertinotti sulle candidatiture di Colaninno e Boccuzzi nelle liste del Pd: “uno dei due è di troppo, perché imprenditori ed operai non possono stare dalla stessa parte”. Un bel giro al molino?
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